La solitudine del condottiero: quando l’eccellenza è condannata alla mediocrità
Purtroppo è la storia che si ripete sempre.
Metti un’eccellenza alla guida di una organizzazione.
Un uomo capace, che ha visione, che lavora, che si spende, che conosce la materia e che ha sulle spalle il peso e l’onore di dover guidare.
E poi guardi intorno a lui. Il deserto.
Perché le cose non vanno bene non per colpa di chi comanda, ma per colpa di chi dovrebbe eseguire e non lo fa.
Quando alla guida c’è un fuoriclasse ma la squadra intorno è miseramente scarsa, il fallimento è già scritto.
Non è sfortuna. È matematica.
Viviamo circondati da staff che vivono di presunzione e fancazzismo.
Gente che ha scambiato il ruolo per un privilegio, la poltrona per un diritto acquisito.
Persone convinte di essere indispensabili quando sono totalmente inutili.
Che non studiano, non approfondiscono, non si aggiornano. .
Il loro unico vero obiettivo non è il bene collegiale, è il mero egoismo.
Ognuno mira a fare i fattacci suoi. Ognuno coltiva il suo orticello, la sua piccola rendita di posizione, il suo piccolo favore da incassare.
Del progetto comune non gliene frega niente. Dell’organizzazione, dei risultati, della gente che ci crede, zero.
L’importante è pararsi il culo e portare a casa il proprio tornaconto.
E allora diventano vani, totalmente vani, gli sforzi del condottiero.
Un leader può tirare quanto vuole, ma se il carro è trainato da buoi che non vogliono camminare, il carro non si muove.
Anzi, affonda. Il condottiero corre, progetta, anticipa, ripara, copre le falle degli altri, si carica sulle spalle il lavoro che non fanno gli altri.
Ma è una battaglia persa in partenza.
Perché un’organizzazione funziona solo se lo sforzo è direttamente proporzionale.
Se il capo fa 100, lo staff non può fare 10. Se il capo fa 100, lo staff deve farne 90. Altrimenti si crea uno squilibrio mortale: uno si consuma, gli altri lo guardano consumarsi.
È la più grande ingiustizia che ci sia in ogni azienda, in ogni partito, in ogni associazione, in ogni squadra: l’eccellenza del singolo viene massacrata dalla mediocrità del gruppo. E alla fine, agli occhi di fuori, sembra che non abbia funzionato il leader. Quando invece l’unico che ha funzionato era proprio lui.
