11 Ottobre 2026
Italia

Pendino, tra ruderi e silenzi: una passeggiata nella memoria che insegna a ritrovare la felicità

Uno spiraglio di luce, nel corso della mattinata, dopo tanta pioggia. L’occasione da cogliere per una camminata che mi porta laggiù, verso i ruderi dell’antico Borgo di Pendino dove memorie, storia, leggende, suoni ed echi di parole, armoniosi silenzi, si intrecciano e si confondono nell’ incantevole paesaggio naturale, incorniciato da cirri di nuvole passeggere sospinte dal vento, che salgono leggere dalla marina e dalle ubertosa valli dell’Angitola. Un gioco di colori meraviglioso che tanti pittori cercano, osservano e studiano, per poterlo riprodurre nelle loro opere. Non si rimane indifferenti e ci si lascia incantare fino al godimento. È in questa “infinità” -come diceva il giovane Giacomino-

s’annega il pensier mio”. Spazia lo sguardo ed ricordi come carezze cercate mi accompagnano tra queste vie silenziose e quiete dove ogni tanto fa capolino qualche gatto a scovare lucertole, padrone delle tante case abbandonate e decrepite senza più porte a difendersi, violate da curiosi e senza scrupoli che distruggono e portano via ogni cosa. In ogni “ruga” lo stesso identico spettacolo che mi indigna quanto l’abbandono e la noncuranza. Tanto che ritorno sui miei passi e quando una spera di sole, dall’altra parte della diga, illumina Maierato, idealmente mi crea un ponte ideale con il mio fraterno amico, prof. Pino Cinquegrana. Lo saluto con il pensiero, immaginandomelo curvo ed assorto sulle sue carte, intento a riguardare il suo nuovo volume su grano e farine, dopo il successo avuto con il libro sull’olio e le proprietà riconosciute ed apprezzate nella decantata “dieta mediterranea”. E rifletto su quanto siano preziosi e straordinari questi nostri territori, e le piante cariche di olive che incontro lungo il mio vagare senza itinerario certo, stanno a ricordarmelo. Un tempo sotto queste meravigliose piante c’era la gente laboriosa che aspettava la caduta del ricco frutto, ora, solo pochi tornano a raccoglierli, preferendo lasciarli sulle piante. Ed è triste pensare a questa involuzione. Quante contraddizioni ci offre di vedere questo nostro tempo.

L’arrivo di un gregge come levito giunge inatteso, ma gradito, mi allontana da tutto questo pensare dolente. Mi smuove, caricandomi di nuova energia. A guidarlo è un giovane di nome Francesco che, da un comune del vibonese, ogni mattina, puntualmente, con il suo zaino in spalla e l’immancabile bastone, porta il gregge a pascolare nei terreni ricchi d’erba verde e con bassa vegetazione. È felice Francesco del suo lavoro, di vivere all’aria aperta e, soprattutto, di provare quella sensazione di libertà che considera privilegio. Immagino per un attimo la sua scelta e, ancor più, mi chiedo quali pensieri lo attraversano per tutto il tempo della giornata e mi affascina quel suo mondo interiore fatto di di silenzi. Così che lo inseguo senza una ragione apparente quasi a voler scavare dentro di lui, provare a capire, conoscerlo. Lo seguo, scordandomi di tutti e di ogni cosa. Che sensazioni bella quell’andare leggero, come ad inseguire le nuvole sopra di noi che, tra un sentiero ed un altro, ti appaiono sempre più vicine. Mi sento anch’io libero. Scatto foto in continuazione e piacevolmente dialogo con Francesco che mi sento di ringraziare perché mi ha fatto scoprire luoghi e zone intorno al paese che non conoscevo. Fino ad arrivare sulla strada dei “Farci” dell’Acquaro, Baruni, Pezzullo, Coldiliene”. Erano i sentieri e le terre che non calpestavo da ragazzo con i miei genitori. Che tuffo al cuore, che emozioni. interrotte dalla corsa repentina di Francesco che, occupato e distratto da me, non vede più il gregge e si tuffa all’inseguimento. Lo raggiungo con difficoltà, per il terreno inzuppato, e con le zolle scavate, segni dei numerosi cinghiali alla ricerca di radici e di frutti caduti sul terreno. Capisco che è il momento di lasciarlo al suo lavoro e non posso più abusare della sua cortesia e pazienza, perciò lo saluto e mi congedo pensando a quanta strada avrei dovuto fare per tornare indietro. Ma la fortuna, ancora una volta, oggi, è dalla mia parte e mi viene incontro facendomi incontrare lì, dove due strade familiari si intersecano, mio cugino Gregorio, che si offre di darmi un passaggio e mi invita a salire sulla sua auto. Anche lui, nostalgico, dove i nostri cari, nonni e genitori, con tanti sacrifici hanno dato tanto, torna per godere della pace rilassarsi e ritrovare le ombre, ascoltare le voci che non animano più quei luoghi. Non posso rifiutare ed ascolto i suoi pensieri che sono i miei e con una trattenuta commozione, arrivo a destinazione.

Ora che sono casa e la pioggia ha ripreso a battere sui vetri, mi viene da pensare a questa mia giornata, davvero speciale. La voglio condividere con voi, per far comprendere a chi, si lascia togliere il sorriso da pensieri negativi, come si debba avere sempre margini di ottimismo e pensare che ogni momento della nostra vita, nonostante le tante difficoltà quotidiane, abbia, lungo il nostro percorso, sorprese piacevoli da regalarci. Impariamo a coglierle nella semplicità dei gesti e negli incontri con gli altri. Grazie, e buona domenica pomeriggio!