Il paradosso della Lega: il Sud l’ha fatta crescere, i nordisti ora la rivogliono loro.
Il paradosso della Lega: il Sud l’ha fatta crescere, i nordisti ora la rivogliono loro. (di Paolo Fedele)

Salvini ha trasformato la Lega da partito del Nord a forza nazionale.
Ha portato il simbolo, il messaggio e la presenza politica del partito nel Mezzogiorno, chiedendo voti a milioni di italiani che, per anni, erano stati considerati dalla vecchia cultura leghista quasi come appartenenti all’altra parte del Paese.
E molti elettori del Sud hanno creduto in quella svolta.
Hanno pensato che fosse finalmente nata una Lega diversa: non più soltanto il partito del Nord, ma una forza nazionale, sovranista e capace di rappresentare l’Italia intera.
Ma oggi quella trasformazione rischia di apparire per quello che è stata: un enorme spot politico ed elettorale, più che un vero superamento della vecchia cultura Nord-Sud.
Il consenso conquistato nel Mezzogiorno ha permesso alla Lega di aumentare i propri numeri, eleggere più parlamentari e acquisire un peso nazionale che la vecchia Lega Nord non avrebbe mai potuto avere. Il Sud, insomma, è stato fondamentale per la crescita politica del partito.
Eppure, mentre il consenso meridionale contribuiva a costruire la nuova Lega, una parte della classe dirigente settentrionale continuava a rimanere profondamente legata alla propria identità territoriale, all’autonomia e alla centralità politica del Nord.
Basta guardare alle posizioni espresse negli anni da figure come Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Non significa accusare automaticamente queste persone di essere antimeridionali.
Significa riconoscere che quella cultura politica territoriale, dalla quale la Lega è nata, non è scomparsa semplicemente perché il partito ha cominciato a chiedere voti al Sud.
Ed è qui che emerge il paradosso di oggi.
Salvini è stato l’uomo che ha permesso alla Lega di diventare nazionale, ma alcuni di coloro che hanno beneficiato maggiormente di questa trasformazione oggi sono tra i suoi critici più duri.
Una critica legittima, naturalmente. In politica nessuno deve eterna riconoscenza a un leader.
Ma c’è una questione politica che non può essere ignorata: senza la trasformazione voluta da Salvini, molti degli attuali equilibri nazionali della Lega sarebbero difficilmente esistiti.
Per questo, più che una semplice critica, quella di alcuni esponenti della vecchia Lega può apparire come irriconoscenza politica.
Hanno beneficiato di una Lega che, grazie a Salvini, ha smesso di essere soltanto la Lega del Nord e ha conquistato il consenso di un Paese intero. E oggi, proprio mentre tornano a emergere le vecchie pulsioni territoriali, sembrano dimenticare quanto quella trasformazione abbia contribuito alla loro forza politica.

E il Sud?
Il Sud rischia di essere stato l’elemento più ingenuo di tutta questa storia.
Ha creduto che votare la nuova Lega significasse partecipare a un progetto realmente nazionale e superare definitivamente la vecchia contrapposizione territoriale.
Ma diventare nazionali nei voti non significa necessariamente diventare nazionali nella cultura politica.
È questo il punto che non dovrebbe essere dimenticato.
Salvini ha certamente cambiato il volto elettorale della Lega. Ma se la vecchia cultura del Nord continua a riemergere ogni volta che si discute di autonomia, di potere territoriale e di leadership del partito, allora il problema Nord-Sud non è mai stato realmente risolto.
Il paradosso finale è quindi evidente: il Sud ha contribuito a rendere grande la Lega nazionale, ma oggi rischia di scoprire che quella trasformazione non ha cancellato la vecchia cultura politica dalla quale la Lega era nata.
E allora una domanda rimane: chi ha creduto nella «Lega nazionale» è stato davvero protagonista di una svolta politica o è stato semplicemente utilizzato per costruire una Lega più forte a livello nazionale?
Una cosa, però, è difficile da negare: se oggi alcuni esponenti della vecchia classe dirigente leghista possono permettersi di contestare Salvini da una posizione di forza, lo devono anche alla Lega nazionale che Salvini ha costruito.
Dimenticarlo, dopo averne beneficiato, appare quantomeno irriconoscente.
