Zucche al posto dei crisantemi: il giorno in cui abbiamo dimenticato i nostri morti.
Zucche al posto dei crisantemi: il giorno in cui abbiamo dimenticato i nostri morti.
(di Paolo Fedele)

Ogni anno ci raccontano che Halloween è solo un gioco innocente.
Ma una festa non è mai solo un costume: è un modo di guardare alla vita, alla morte, a ciò che merita di essere celebrato. E su questo, Halloween ha ben poco da dire a noi.
Una tradizione importata, non nostra.
Halloween è arrivato in Italia tra gli anni Novanta e Duemila, attraverso film, serie tv e marketing.
Non è cresciuto dal basso, nelle famiglie e nei paesi: è stato calato dall’alto, con un’efficacia commerciale che nessuna tradizione locale può eguagliare.
Nessuno l’ha scelto davvero: ce lo siamo ritrovati addosso.
La morte ridotta a merce.
Per secoli, in Italia, il 1° e il 2 novembre sono stati giorni di raccoglimento: i cimiteri, i crisantemi, la memoria dei propri cari. Halloween prende lo stesso tema e lo svuota, trasformando la morte in intrattenimento: scheletri di plastica, sangue finto, sconti sui travestimenti.
Il lutto diventa una scenografia, il ricordo un pretesto per vendere.
Un rispetto che si perde.
C’è qualcosa di stridente nel sorridere ai fantasmi di cartone la sera del 31 e nel dimenticare, due giorni dopo, la tomba del nonno.
Non è una questione di moralismo: è una questione di priorità.
Ciò che celebriamo dice chi siamo, e oggi celebriamo con più entusiasmo una finzione importata che una memoria vera.
Il vuoto che si riempie. Halloween prospera dove le nostre usanze si sono spente.
I dolci dei morti, is animeddas in Sardegna, i doni ai bambini portati dai defunti in Sicilia: tradizioni belle, ma spesso ridotte a folklore da libro.
Quando smettiamo di viverle, qualcun altro occupa il posto lasciato libero, e di solito lo fa con più colori e più budget.
Omologazione culturale.
Non è xenofobia, ma equilibrio.
Quando un solo modello culturale detta il calendario simbolico del mondo, le tradizioni locali diventano eccezioni da difendere invece di essere la norma da vivere.
Ogni zucca in più nelle vetrine è un crisantemo in meno nelle nostre abitudini.
Il paradosso di chi lo combatte.
Il rifiuto, quando si limita alla polemica, aiuta la festa: ogni articolo indignato, ogni circolare scolastica, ogni dibattito social le regala visibilità. Il boicottaggio fatto di sole parole è un megafono involontario.
Resistere davvero significa costruire: portare nelle scuole le tradizioni di novembre, raccontarne il significato, farle diventare occasioni di incontro e di gioia.
Non si tratta di vietare, ma di rendere le nostre feste più desiderabili di quelle importate.
