Piazze in fiamme, città devastate: ora basta ambiguità
Piazze in fiamme, città devastate: ora basta ambiguità. (di Paolo Fedele)

Non è stato un episodio isolato.
Sabato i cortei contro il carovita hanno attraversato molte città e in diverse sono degenerati in guerriglia: da Milano a Torino, da Bergamo fino a Bologna, ore di scontri, devastazioni e assalti alle forze dell’ordine. Domenica, il bis a Milano.
Milano: la piazza ostaggio. Piazza Duomo è stata assediata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero che hanno costretto la polizia ad arretrare sotto il lancio di bombe carta, transenne e bottiglie. Barricate in fiamme, vetrine sfondate, negozi saccheggiati. Domenica per il secondo giorno consecutivo il centro è stato teatro di violenti disordini.
Torino e Bologna: lo stesso copione. A Torino la polizia ha usato idranti e lacrimogeni, con l’assalto a una libreria. A Bologna gli scontri sono andati in scena davanti alla stazione. Pietre, bombe carta e petardi contro gli agenti, e danni che i cittadini si sono messi a ripulire da soli.
La vicinanza che imbarazza. Le ricostruzioni sulla provenienza dei violenti non coincidono, e va detto con onestà. Ma alcuni resoconti segnalano che nei cortei si sono uniti giovani provenienti da collettivi studenteschi, centri sociali, comitati antifascisti e sindacati di base. È l’area antagonista, quella che gravita attorno alla sinistra radicale e che troppo spesso trova nella sinistra istituzionale comprensione, silenzi, o il solito “ma”. Chi frequenta quegli ambienti non può far finta di non vedere cosa accade ai margini dei propri cortei.
Il silenzio che pesa. Meloni ha condannato le violenze e le reticenze che diventano giustificazione, chiedendo all’opposizione di non essere ambigua. Troppe volte si insiste sul “disagio sociale” e sul “contesto”, mentre la condanna arriva a mezza voce. Chi ha rapporti politici o organizzativi con quegli spazi ha il dovere di prenderne le distanze in modo netto e pubblico.
Chi attacca la polizia attacca tutti noi. Quegli agenti rispondono al 112 e presidiano le stazioni di notte. Il ministro Piantedosi ha parlato di azioni da professionisti del disordine e ha avviato indagini; Salvini ha rilanciato la proposta “chi rompe paga”.
Cosa devono fare governo e Parlamento, insieme:
– Condanna unanime, senza distinguo, da maggioranza e opposizione.
– Certezza della pena: identificazione rapida dei responsabili, arresto e processo veloce.
– Più agenti e più tutele per le forze dell’ordine, con presidi adeguati prima dei cortei.
– Verifica degli spazi e delle reti che organizzano o coprono le violenze.
– Chi rompe paga: risarcimento a carico di chi devasta, non della collettività.
Il rispetto non si chiede, si impone.
Il pugno di ferro non è nostalgia autoritaria: è il minimo che una democrazia deve a chi rispetta le regole. Il diritto di manifestare finisce dove comincia la violenza. E la sinistra, se vuole essere credibile, deve dimostrarlo con i fatti: isolando chi trasforma le piazze in campi di battaglia, prima che lo faccia lo Stato.
