Caso Alberto Stasi, quando la giustizia mostra tutte le sue imperfezioni
Non c’è paese al mondo dove esiste una giustizia perfetta. Molto semplice, la giustizia, ossia il corpus legislativo, in ogni civiltà e in qualunque epoca è stata creato dagli uomini per controllare altri uomini e mantenere l’assetto istituzionale e di potere, quindi di per sé imperfetta, ed esposta agli umori e alle imposizioni degli Stati delle democrazie, dei regimi, di dittatori, dei dominatori. Molti italiani non sanno che le leggi le fanno i politici, i quali quando devono essere loro applicate, trovano tutte le vie di fuga possibili.
Non c’è nulla di più imperfetto e contraddittorio, ad esempio, della giustizia americana: quando non risulta sommaria e condizionata dalle scelte governative. In Italia, la giustizia viene costantemente politicizzata e indirizzata con leggi ad hoc, a seconda dei reati commessi dai parlamentari, i quali sono periodicamente divorati dal desiderio di cambiare l’apparato giudiziario ad usum delphini. I giudici sono uomini e subiscono sovente le lusinghe del denaro e il fascino del potere; essi posseggono tutte le tipiche debolezze umane, ma i maggiori corruttori di magistrati nella storia italiana sono – e sono e sono stati – i politici, che in qualche misura se la cavano, mentre il cittadino comune, invece, subisce le disfunzioni del “sistema umano” più che giudiziario.
Nel caso di Alberto Stasi, abbiamo assistito a una farsa. Parlare di soldi e di contribuenti mi sembra assai amorale, dietro a quello che appare il dramma di un giovane, orami uomo, apparentemente mite
