Garlasco, quasi 20 anni dopo il delitto di Chiara Poggi tornano i dubbi: cosa raccontano davvero i reperti?
Quasi vent’anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco torna a interrogare una verità giudiziaria che sembrava definitiva. Non per un nuovo colpevole già individuato, né per una verità alternativa pronta a sostituire quella sancita nel 2015.
Torna per qualcosa di più complesso: i reperti, le analisi, le tracce, i documenti. Torna perché alcuni elementi tecnici, riesaminati oggi con strumenti diversi, costringono a rileggere una parte — forse più di una parte — dell’indagine originaria.
La notizia non è che esista una nuova verità. La notizia è che alcune certezze devono essere nuovamente sottoposte alla verifica dei fatti.
Uno dei punti più delicati riguarda la bicicletta di Alberto Stasi. Il 19 settembre 2007 venne rilevato sui pedali un profilo genetico attribuito inizialmente a Chiara Poggi. Il giorno successivo, nuove analisi diedero esito negativo.
La questione oggi non è stabilire responsabilità, ma capire perché quei risultati negativi non compaiano nel fascicolo processuale nella forma oggi contestata dalla Procura.
È una domanda, non un’accusa. Non implica manipolazioni. Non implica omissioni volontarie. Non implica responsabilità penali. Implica soltanto questo: che cosa accadde a quei risultati e perché non entrarono nel quadro processuale?
La risposta dovrà arrivare dagli atti, non dai talk show.
In questa nuova fase torna anche il ruolo del Generale Luciano Garofano, allora comandante del RIS di Parma.
Ascoltato dalla Procura come persona informata sui fatti, Garofano ha escluso in modo categorico manipolazioni, depistaggi o atti occultati, difendendo il lavoro svolto dai suoi collaboratori nel 2007.
È una dichiarazione che non può essere ignorata. Ma non possono essere ignorati neppure gli elementi sui quali oggi la Procura sta conducendo nuove verifiche.
Da una parte ci sono le contestazioni tecniche dell’indagine attuale. Dall’altra la difesa del lavoro del RIS da parte di chi lo dirigeva.
Non spetta a un giornale scegliere una delle due versioni. Spetta agli atti giudiziari stabilire che cosa sia realmente accaduto.
Proseguendo nella disamina, torna la cosiddetta impronta 33, diventata negli anni quasi un simbolo del caso Garlasco.
La Procura sostiene che le osservazioni della difesa non abbiano modificato le precedenti conclusioni tecniche. Ma una traccia compatibile non equivale automaticamente all’identificazione di una persona.
È una distinzione semplice, ma decisiva: una cosa è dire che un elemento può essere compatibile con una ricostruzione; un’altra è dimostrare che quella ricostruzione sia l’unica possibile.
Le nuove analisi hanno riportato al centro il materiale genetico trovato sui reperti, in particolare quello relativo alle unghie di Chiara.
Qui il confronto tra accusa e difesa è tutt’altro che concluso. Perché il problema non è soltanto stabilire a chi appartenga un profilo genetico.
Il problema è capire come quel materiale sia arrivato sul reperto e che significato abbia nel contesto complessivo della scena del crimine.
Ma una traccia non racconta automaticamente tutta la storia.
Le nuove valutazioni hanno rimesso in discussione anche la ricostruzione temporale della morte: dinamica, intervallo tra le lesioni e il decesso, possibili finestre temporali.
E il tempo, in un’indagine, è una prova: significa porte che si aprono e si chiudono, persone che possono esserci state oppure no, telefonate, spostamenti, testimonianze, minuti che cambiano una ricostruzione.
Garlasco è un caso giudiziario che, invece di diventare più semplice con il passare degli anni, continua a produrre domande.
Esiste una sentenza definitiva. Esiste una condanna per Alberto Stasi. Esiste oggi una nuova indagine che riguarda Andrea Sempio.
Esistono nuove consulenze, vecchi reperti, interpretazioni differenti. Esistono questioni tecniche che vengono nuovamente discusse quasi vent’anni dopo.
Questo significa qualcosa di più semplice: che la verità giudiziaria deve poter sopportare anche le domande scomode.
Se un risultato scientifico è controverso, va verificato. Se un documento manca, va spiegato. Se un reperto viene reinterpretato, vanno confrontate le conclusioni. Se due consulenze divergono, bisogna capire perché.
Senza processi paralleli. Senza colpevoli costruiti in televisione. Senza trasformare un sospetto in una condanna.
Garlasco non ha bisogno di un’altra verità raccontata prima che venga accertata. Ha bisogno di tutte le domande, finalmente messe una accanto all’altra.
Perché se dopo quasi vent’anni alcuni elementi devono essere nuovamente verificati, allora una cosa è certa:
la storia non è ancora completamente spiegata. E finché esisteranno domande legittime, sarà dovere della giustizia cercare le risposte.
Non per riscrivere il passato. Ma per capire, una volta per tutte, che cosa è realmente accaduto a Chiara Poggi quel 13 agosto 2007.
