27 Settembre 2026
Italia

Da Napoli a Roma: cimiteri cittadini quali luogo di orrore

Leggo con molto interesse le anticipazioni che La Prima Pagina it ha pubblicato su quanto accaduto a Roma nei cimiteri del Flaminio – il più grande in Italia, per i romani noto anche con il nome di Prima Porta – ed in quello minore di Maccarese.

Nei due sepolcreti della Capitale, infatti, l’A.M.A. – Azienda Municipale Ambientale – ha accertato l’esistenza di talune gravi irregolarità nella gestione delle salme. Molte di esse, non ancora completamente mineralizzate, sarebbero state “fatte a pezzi” per essere trasferite nell’ossario. Ovvero, sarebbero state “trattate” come se il processo di decomposizione dei tessuti fosse già avvenuto.

Allo stato, ed in attesa di eventuali futuri profili di carattere penale che, senza dubbio, emergeranno e sull’evidente movente economico del fatto, la vicenda vede coinvolti ben undici dipendenti di entrambe le strutture.

Il male, nella sua più bieca rappresentazione, si muove infido anche in quei luoghi ove il dolore, il pianto e il ricordo dovrebbero rappresentare la forma più alta di intimo raccoglimento.

La riflessione, per quanto accaduto nei due cimiteri romani, assume per me connotazioni amare come in qualunque altro lettore ma, lo sottolineo, prive di alcun stupore.

Le aree cimiteriali del nostro Paese – in particolare quelle site nelle metropoli e caratterizzate da elevata ampiezza – costituiscono nella maggior parte dei casi terra di nessuno in cui i controlli sono spesso disattesi e vi è totale dispregio dei Regolamenti di Polizia Mortuaria ma, soprattutto, ove la criminalità organizzata riesce a far prosperare illegalità e affari illeciti.

In tale analisi, ripercorro brevemente le fasi investigative di una delicata indagine che, quale Comandante della Sezione di Polizia Giudiziaria della Guardia di Finanza presso la Procura della Repubblica di Napoli, condussi nel capoluogo partenopeo, a cavallo degli anni 2015/2017, su delega di tale A.G., proprio con riferimento a reati posti in essere all’interno del cimitero di Poggioreale, il sesto in Italia per grandezza.

L’attività di polizia giudiziaria – con rilevanti risvolti economico finanziari – fu suggestivamente titolata dalla stampa dell’epoca “Operazione Estremo Soggiorno”. L’interesse mediatico durò per lunghi mesi con riflessi anche su organi di stampa nazionali ed esteri.

L’indagine ebbe quale oggetto la compravendita di cappelle gentilizie, molte delle quali di rilevanza storica, e di migliaia di loculi rivenduti all’insaputa degli effettivi proprietari e, in talune circostanze, a prezzi esorbitanti

L’origine dell’indagine – lo ricordo bene – del resto fu proprio la denuncia presentata all’Autorità Giudiziaria da una famiglia rimasta fuori dall’Italia per moltissimi anni. Al loro ritorno, il pietoso gesto di rendere subito omaggio alla tomba di un proprio caro pose in evidenza l’attuazione della truffa e dell’inganno nel frattempo subito.

Quella tomba, ormai perfettamente ripulita dei resti umani che da sempre vi erano custoditi – nonché arricchita e restaurata con inopportune innovazioni di estremo lusso – era stata rivenduta ad acquirenti del tutto ignari in inosservanza della normativa vigente che vieta la compravendita di manufatti funerari tra privati.

Il cimitero di Poggioreale – meno notoriamente conosciuto anche come Santa Maria del Pianto – è un simbolo autentico di preghiera per i napoletani, un immenso polmone che si divide in una parte a valle più antica e gentilizia, immersa nel verde di tenui cipressi, e in una parte a monte, con edilizia più moderna costituita da volgari palazzoni.

L’inizio delle indagini consentì di comprendere, sin dalle prime fasi, che all’interno della struttura cimiteriale si attuava da anni un autentico mercato immobiliare con tariffari variabili a seconda della grandezza, del pregio e della posizione della cappella e/o del loculo e con migliaia di persone che, come quella famiglia tornata dall’estero, erano state inconsapevolmente truffate.

L’illecito – eravamo già agli albori delle truffe su web – veniva posto in essere anche attraverso offerte online su siti appositamente dedicati che, in talune circostanze, raggiungevano prezzi pari a centinaia di migliaia di euro.

Gli accertamenti delinearono un vero e proprio sistema illegale gestito anche da personaggi legati alla camorra, strutturato con vari livelli di responsabilità: dipendenti cimiteriali con la funzione di segnalare le cappelle e i loculi abbandonati da riciclare e ripulire dai resti, titolari di note imprese funebri che reclutavano i nuovi acquirenti, notai infedeli – anche molto noti in città – asserviti al compito di redigere atti falsi con cui intestare fittiziamente contratti di acquisto di cappelle e loculi a meri prestanome.

Al termine dell’indagine segnalammo alla Magistratura circa 20 indagati e quantificammo un giro di affari superiore ai 3 milioni di euro.

Il lavoro che condussi insieme ai miei collaboratori fu, dal primo all’ultimo giorno di indagine, di forte impatto emotivo e costituisce tuttora ricordo vivo.

In quei giorni di intensa attività investigativa percorsi, in lungo e in largo, i chilometri di strade che si intersecavano nel cimitero alla ricerca non solo di elementi utili alle indagini ma anche al fine di catalogare compiutamente i manufatti oggetto del reato e sottoporli a sequestro.

Talune immagini di tale mesto luogo di preghiera sono custodite in un bagaglio vuoto e misero del mio percorso lavorativo tra le tante che, invece, ne hanno esaltato la bellezza.

Non potrò mai dimenticare la visione – all’interno di fredde stanze di accoglimento temporaneo delle bare occupate dalle salme oppure gettati a terra in spazi stradali e pubblici del cimitero – di sacchi della spazzatura neri e impolverati, uno sopra l’altro, colmi di ossa umane che gli addetti cimiteriali avevano portato via da tombe anonime.

Si, proprio quelle dove nessuno più deponeva un fiore, dove le ragnatele stagnavano da anni senza che neanche le intemperie le scalfissero.

Allo stesso modo, non cancellerò dalla mia mente la noncuranza – nelle dichiarazioni e nelle confessioni rese da ogni indagato – non solo di aver compiuto gravi reati ma anche la freddezza verso il dolore cagionato ai parenti delle povere salme le cui ossa erano, ormai, gettate chissà dove.

A Poggioreale, nel Sacrario Monumentale, è posta la tomba di Totò, ancora oggi visitata dai napoletani, dai turisti e da chi si trova, magari, semplicemente di passaggio.

In quei giorni di intensa attività investigativa, mi soffermai anche io ad ammirarla. Sulla destra della cappella gentilizia di famiglia ove egli riposa si trova una lastra di marmo che riporta il testo di ‘A Livella, capolavoro della letteratura partenopea e non solo.

La lessi, come ho fatto tante altre volte nel corso della vita, e come sempre ne trassi personali riflessioni.

La poesia di Totò ci regala un’immagine gentile della morte, la descrive come una livella che azzera le differenze sociali e rende tutti gli uomini uguali, dal più nobile al più umile.

Come un accadimento che, una volta avvenuto, desidera solo essere lasciato in pace.

I recenti fatti di Roma, nei cimiteri del Flaminio e di Maccarese, come anche quelli su cui condussi specifiche indagini a Napoli, in quello di Poggioreale, in ordine alla compravendita illecita di loculi, è evidente vanno in altra direzione rispetto alla magnificenza della poesia del grande attore.

Riducono la morte, ma anche la pietà e il dolore, al quattrino del mercimonio e ciò li rende deplorevoli, tali da essere condannati senza alcuna indulgenza.