Il diritto di cambiare non dovrebbe avere una data di scadenza
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel nostro tempo: diciamo alle persone che possono cambiare, ricominciare, diventare migliori; poi costruiamo una società digitale che conserva tutto ciò che sono state. Un errore, una vicenda giudiziaria, una fotografia, una frase infelice, una stagione sbagliata della vita possono rimanere sospesi nella rete per anni, talvolta per sempre. Basta digitare un nome e il passato ritorna, non bussa, non domanda permesso, non si preoccupa di sapere quanta vita sia trascorsa nel frattempo. Ed è proprio qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una questione giuridica e diventa una questione profondamente umana.Quanto passato deve continuare a possedere una persona?È una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, perché siamo entrati nell’epoca della memoria assoluta senza domandarci se l’essere umano sia fatto per sopportarla. Per secoli abbiamo affidato al tempo una funzione preziosa: selezionare; alcune cose rimanevano, altre lentamente perdevano forza, non perché la verità dovesse essere cancellata, ma perché la vita continuava. Oggi il digitale ha spezzato questo equilibrio. La rete non conosce il tempo come lo conosciamo noi, per un motore di ricerca, ciò che è accaduto quindici anni fa può trovarsi a pochi millimetri da ciò che è accaduto ieri. Il passato non è più alle nostre spalle: compare davanti a noi su uno schermo e così può accadere qualcosa di paradossale, una persona cambia, mentre la sua identità digitale rimane immobile. L’uomo evolve, l’algoritmo archivia. L’uomo comprende, paga, soffre, ripara, ricostruisce; l’informazione, invece, può continuare a riproporre una fotografia cristallizzata di ciò che egli è stato. È questa sproporzione che dovrebbe interrogarci. Non sto sostenendo che la storia debba essere riscritta o che le responsabilità debbano scomparire, sarebbe pericoloso. La libertà di informazione, il diritto di cronaca, la memoria collettiva e l’interesse pubblico sono pilastri di una società democratica. Ma proprio una democrazia matura deve essere capace di distinguere tra ricordare ciò che è rilevante e condannare qualcuno a essere ricordato soltanto per ciò che è stato,sono due cose completamente diverse. Il diritto all’oblio nasce dentro questa tensione delicatissima, non è il diritto alla menzogna, non è una gomma con cui cancellare la storia e non dovrebbe mai trasformarsi nello strumento attraverso il quale il potente riscrive il proprio passato. È, piuttosto, il riconoscimento di un principio molto più difficile: il tempo modifica il peso delle informazioni. Una notizia può essere vera e tuttavia, dopo molti anni, non rappresentare più correttamente la persona alla quale continua a essere associata. La verità di un fatto non coincide necessariamente con la verità di una vita,ed è forse questo il punto che la società digitale fatica maggiormente a comprendere. Noi siamo molto più della cosa peggiore che abbiamo fatto, della pagina più dolorosa che ci riguarda, dell’errore che qualcuno ha raccontato di noi. Una biografia non è una sentenza, eppure oggi rischiamo di vivere dentro identità costruite non da ciò che siamo, ma da ciò che viene trovato per primo. La prima pagina di un motore di ricerca è diventata, silenziosamente, una nuova forma di presentazione sociale. Prima ancora di incontrare qualcuno possiamo averlo già “conosciuto” attraverso risultati, fotografie, articoli e frammenti, ma conoscere informazioni su una persona non significa conoscere una persona. Questa distinzione sembra banale, ma non lo è affatto. Perché dietro un risultato di ricerca può esserci qualcuno che nel frattempo ha costruito una famiglia, trovato un lavoro, attraversato un dolore, restituito ciò che doveva restituire, chiesto perdono, ricominciato. C’è una parola antica che il mondo digitale dovrebbe tornare a frequentare: possibilità. La possibilità di non coincidere eternamente con il proprio passato. La possibilità di essere giudicati anche per ciò che siamo diventati. La possibilità che il tempo non sia soltanto una successione di giorni, ma abbia realmente il potere di trasformare l’uomo, perché altrimenti dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: predichiamo la riabilitazione, ma pratichiamo la condanna permanente. E una società che non concede seconde possibilità diventa inevitabilmente una società più crudele. C’è poi un altro aspetto che mi preoccupa, stiamo consegnando agli algoritmi una parte sempre maggiore della costruzione della reputazione umana. Non perché gli algoritmi abbiano intenzioni morali, non ne hanno, ma perché ordinano, selezionano, rendono visibile. Ciò che appare per primo acquista peso. Ciò che viene ripetuto sembra più importante. Ciò che rimane accessibile sembra ancora presente e lentamente rischiamo di confondere visibilità con verità. È qui che il diritto deve continuare a fare il proprio mestiere: mettere l’essere umano al centro della tecnologia, e non il contrario. Non possiamo pretendere che la rete abbia coscienza. Possiamo però pretendere che la società che la governa ne abbia una. Significa trovare equilibri difficili, certamente. Significa valutare l’interesse pubblico, il tempo trascorso, il ruolo della persona, la natura dei fatti, il diritto dei cittadini a essere informati. I Non esistono formule automatiche e forse è proprio questo il punto: quando si parla di dignità umana, l’automatismo è quasi sempre una cattiva soluzione. Dietro ogni richiesta di oblio esiste una storia diversa a volte deve prevalere la memoria. Altre volte deve prevalere il diritto della persona a non essere inseguita per sempre da qualcosa che non rappresenta più il suo presente. La civiltà sta nella capacità di distinguere. Mi domando spesso che cosa resterà di questa nostra epoca. Probabilmente saremo la prima generazione ad aver lasciato dietro di sé una quantità quasi infinita di tracce: parole, immagini, commenti, errori, entusiasmi, ingenuità. Forse proprio per questo dovremo imparare una nuova forma di misericordia laica: non dimenticare necessariamente i fatti, ma permettere alle persone di superarli. Non tutto ciò che tecnicamente può essere conservato deve necessariamente governare per sempre la vita di qualcuno. La memoria è indispensabile alla civiltà, ma anche l’oblio, quando è giusto, ha una funzione civile, perché dimenticare non significa sempre cancellare. A volte significa semplicemente rimettere il passato al suo posto, dietro di noi, non davanti alla porta di ogni futuro possibile. E forse il grado di umanità della società digitale si misurerà proprio da questo, non da quanto saremo diventati capaci di ricordare, ma da quanto saremo ancora capaci di riconoscere che un essere umano può cambiare. Perché nessuno dovrebbe essere obbligato a trascorrere tutta la propria vita chiedendo perdono a Internet per essere stato, un giorno, una persona diversa da quella che è diventato.
