26 Luglio 2026
Italia

Lucia: il ricordo di una madre, il dolore della distanza e l’amore che non conosce addii

Ho contato tutto questo tempo che mi ha separato da te. Troppo.

Eppure ero abituato a vivere lontano. Allora contavo la distanza, che riuscivo a colmare ogni volta che mi era possibile e nelle occasioni delle feste, quando cercavo in ogni modo di raggiungerti perché nel pensiero albergava in me l’idea che potesse essere l’ultima volta.

Non sai quante volte ci ho pensato.

Chi vive fuori dal proprio luogo di nascita e lascia i propri affetti, ha continuamente collegato il proprio cervello sulla sua realtà quotidiana e su quella mai dimenticata della famiglia d’origine e di ciò che rimane. Pensi a quello che ti sei perso e a quello che perdi e continuamente ti senti dominato dalla nostalgia.

Non ti abitui mai alla lontananza.

E lo squillo di un telefono pare ogni volta risvegliarti pensieri nefasti, che cerchi di scongiurare in tanti modi, ma ti fa lo stesso vivere angosce già provate.

Mai ho potuto essere presente e stringere mani calde; essere presente in quei particolari momenti del distacco per accompagnare i miei cari verso il lungo viaggio senza ritorno.

È successo con mio padre e con i miei fratelli. Ora anche con te.

Ti ho trovata già pronta.

Con l’abito scuro, il foulard al collo e pronta per andare ad una festa. Come tutte le donne del passato avevi scelto in anticipo come vestire.

E Vittoria è stata fedele, non dimenticando il rosario, la candela ed il piccolo libro delle preghiere, com’è nella consuetudine del paese.

Ti ho trovata serena.

Non credo tu abbia sofferto in quel momento del passaggio. E forse per questo non ho pianto davanti a te.

Al punto che, quando è arrivato il momento di perderti dalla vista, ho capito che si spezzava definitivamente il cordone ombelicale e che da quel momento saresti vissuta solo nei miei ricordi.

Era proteso verso di te lo sguardo, come ad imprimere l’ultima tua immagine, quella che avrei ricordato per sempre.

E non ero il solo.

Davanti a te, come in un rito antico, vestiti di nero, i tuoi nipoti. Silenziosi, e con il capo chino, fissavano il tuo viso e quei tratti dolcissimi che l’età non è riuscita mai a corrompere.

Sentivano il peso del distacco.

I loro pensieri non potevano non cogliere che da lì in avanti la tua assenza avrebbe pesato nel loro quotidiano, e quel rito cui assistevano era l’epilogo di una storia e di una parentesi terrena straordinaria vissuta con noi figli, e poi con loro attraverso un rapporto affettivo speciale e un legame come solo i nonni e le nonne sanno creare.

Per come si sono disposti, mi sembrava un picchetto d’onore, spontaneo e naturale, carico di significato e di riconoscenza, per darti, a modo loro, l’ultimo saluto.

Guardavo quella scena con stupore, e provavo per loro ammirazione, per un gesto profondo che sapeva di gratitudine e rispetto.

Segno della grande considerazione che ti sei guadagnata, della fiducia conquistata con il dialogo e i consigli, con l’essere presenza viva nella loro vita di adolescenti fino a diventarne punto di riferimento.

Condividevi con loro le tue esperienze di vita, i racconti del passato sui personaggi del paese, i tuoi atti di fede e le tue preghiere, le tante canzoni, le foto spiritose e simpaticissime in cui ti coinvolgevano e alle quali non ti sottraevi pur di averli vicini.

C’era, in quel rapporto, una particolare intesa, una complicità, che li faceva sentire a loro agio per la considerazione, l’importanza e l’attenzione che riservavi loro.

Questi ed altri pensieri passavano nella mia mente mentre li guardavo, compiaciuto di tanta ricchezza di sentimenti e sensibilità che i nostri ragazzi sanno esprimere e che, distrattamente, non riusciamo a cogliere o priviamo del loro valore, considerandolo tutto scontato.

In quel momento sentivo la mia commozione salire alle stelle e lottavo per tenerla dentro e non renderla visibile.

Quanta sofferenza!

Tu, cara mamma, guardandoli, avresti sorriso, come sempre facevi, sapendoli al tuo capezzale.

Sono sicuro che ti saresti sentita protetta, sicura, come quando ti crogiolavi nei loro gesti di affetto e li accompagnavi con la tua ironia sottile, con battute e con quelle espressioni condite da leggere iperboli linguistiche per farli divertire e mostrarti orgogliosa di loro.

“Lucia Lucia!”

Quante volte, per tenerti sveglia e pienamente sollecita, ti chiamavamo per nome e tu, pronta a rispondere:

“Na vota era Lucia, mò non lucia ‘cchiù”.

Continuerai a brillare di una luce nuova che irradierai su tutti noi e sarai Angelo e faro, come sempre sei stata.

E ascolteremo ancora quella filastrocca della pigrizia che chissà quante volte ci hai ripetuto e che non potevamo non memorizzare:

“La pigrizia andò al mercato
ed un cavolo comprò.
Mezzogiorno era suonato
quando a casa ritornò.
Prese l’acqua, accese il fuoco,
si sedette ed aspettò.
Ed intanto a poco a poco
anche il sol si tramontò”.

Era un modo di sentirti in scena, protagonista.

Per noi, il piacere di stimolare la tua memoria e non permetterle di andare incontro al buio, all’oblio.

E sei andata via con tutti i sensi, cedendo solo alle lusinghe delle Parche.

Non hai avuto modo di sentire il suono delle campane della nostra chiesa nel loro cupo rintocco a morte, quando sei passata da quei luoghi a te e a noi familiari.

Non c’erano quelle care donne di un tempo a lanciare fiori sulla tua bara, come tu hai fatto per loro perché ti hanno preceduto.

Nulla è rimasto di quelle stagioni condivise con Vittorina, Lena, Maria De Rocco, Vittuora ‘e Caria, la signora Barbarina, cummara Nuzza, Teresina…

C’era il silenzio delle loro ombre ad accompagnarti e ad accoglierti in quel mondo di luce dove ti immagino gratificata delle tue sofferenze, dei tanti sacrifici e delle rinunce.

Dell’amore per tutti noi.

Un amore che continueremo a tenere acceso nei nostri ricordi e in quel tendere la mano verso chi ha bisogno o si trova nelle difficoltà.

Ora un senso di vuoto mi è compagno.

Ci hai dato tanto.

Ci hai dato tutto.

E a te va il mio, il nostro, immenso grazie.

Per sempre.