17 Febbraio 2026
Culture

Sotto Assedio: Libertà, Paura e il Dovere di Difendere la Nostra Democrazia

 

“Sotto Assedio: Libertà, Paura e il Dovere di Difendere la Nostra Democrazia”

Negli ultimi mesi, nelle nostre città si respira un’aria pesante. Non è soltanto il fumo dei cassonetti incendiati o l’odore acre dei lacrimogeni a segnare le notti di tensione: è soprattutto la percezione diffusa di insicurezza che si insinua nelle case, nei discorsi quotidiani, nei silenzi preoccupati di chi guarda le immagini al telegiornale.

Quella che dovrebbe essere l’espressione più alta della partecipazione democratica — il diritto di manifestare liberamente e pacificamente, garantito dalla nostra Costituzione — si è trasformata, in troppi casi, in un teatro di violenze mirate. Non cortei di idee, ma assalti organizzati. Non rivendicazioni, ma scontri sistematici contro le forze dell’ordine, contro le istituzioni, contro simboli e strutture pubbliche e private.

Le piazze, luogo storico di confronto e crescita civile, diventano improvvisamente campi di battaglia. Agenti feriti, cittadini coinvolti loro malgrado, vetrine distrutte, mezzi pubblici dati alle fiamme. E poi gli attentati lungo le linee ferroviarie, con sabotaggi che paralizzano interi territori, generando paura tra pendolari e famiglie. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una strategia che appare studiata per colpire la quotidianità, per incrinare la fiducia nello Stato e nelle sue capacità di garantire ordine e sicurezza.

A questo scenario si affianca un fenomeno che colpisce in modo più silenzioso ma non meno allarmante: la diffusione delle cosiddette baby gang. Gruppi di giovanissimi che trasformano quartieri e centri storici in territori di sopraffazione, tra pestaggi ripresi con lo smartphone, rapine ai coetanei, aggressioni gratuite per affermare un’identità costruita sulla violenza e sull’emulazione. Episodi che si moltiplicano nelle grandi città come nei centri di provincia, alimentando un senso di vulnerabilità soprattutto tra anziani, studenti e famiglie.

Accanto a queste realtà, si impone anche il fenomeno delle cosiddette “maranza”, bande giovanili che esibiscono un’estetica provocatoria e che spesso sfociano in comportamenti intimidatori, risse, occupazioni aggressive degli spazi pubblici, atti vandalici e microcriminalità diffusa. Non si tratta di semplici mode giovanili, ma di dinamiche che, quando degenerano, minano la convivenza civile e contribuiscono a radicare l’idea che alcune zone delle città siano sottratte alle regole comuni.

Ma la criminalità non si manifesta soltanto nelle strade. Sempre più spesso colpisce attraverso uno schermo. Il phishing e le truffe online mietono vittime tra giovani e anziani, tra professionisti e pensionati: email ingannevoli, finti siti bancari, messaggi che simulano comunicazioni ufficiali per sottrarre dati sensibili e risparmi di una vita. Il cybercrime si evolve con rapidità, sfruttando vulnerabilità tecnologiche e ingenuità umane.

Particolarmente allarmanti sono gli attacchi ransomware, che bloccano i sistemi informatici di aziende, ospedali, enti pubblici, chiedendo riscatti per restituire l’accesso ai dati. In questi casi non si tratta soltanto di danni economici, ma di interruzioni di servizi essenziali, di cartelle cliniche inaccessibili, di infrastrutture paralizzate. La sicurezza nazionale non è più soltanto una questione di ordine pubblico visibile, ma anche di difesa digitale, di protezione delle reti, delle informazioni, delle identità personali.

In questo momento storico, la sicurezza appare messa a dura prova da un insieme di minacce che si muovono su più livelli: dalle proteste che degenerano in attacchi sistematici, alla criminalità diffusa che colpisce la vita quotidiana — furti in abitazione, spaccate ai danni dei commercianti, aggressioni sui mezzi pubblici — fino alla dimensione invisibile delle frodi informatiche e degli attacchi cibernetici. La linea di confine tra disagio sociale, illegalità e vera e propria azione destabilizzante si fa sempre più sottile.

Quando le regole di convivenza pacifica vengono meno, quando il rispetto delle istituzioni è sostituito dalla logica dello scontro permanente o della sopraffazione del più debole, il rischio è quello di scivolare verso una condizione in cui ciascuno agisce senza limiti, senza responsabilità condivise. E una società senza regole comuni non è una società più libera: è una società più fragile.

Ma essere cittadini di una nazione democratica significa molto di più che rivendicare diritti. Significa riconoscere il valore delle libere istituzioni, rispettare le regole che rendono possibile la convivenza, comprendere che la libertà non è un dono scontato ma una conquista storica. Perché la libertà di cui oggi godiamo è stata pagata a caro prezzo.

Uomini italiani, soldati, appartenenti alle forze dell’ordine hanno dato la propria vita per difendere lo Stato, per proteggere la Repubblica, per garantire a ciascuno di noi la possibilità di esprimere un’opinione, di votare, di manifestare pacificamente. Il loro sacrificio non è una pagina lontana nei libri di storia: è il fondamento concreto su cui si regge la nostra democrazia.

Richiamarsi al patriottismo, oggi, non significa chiudersi o escludere. Significa riscoprire il senso di appartenenza a una comunità che si riconosce nei valori costituzionali, nel rispetto della legge, nella tutela dei più deboli. Significa affrontare con lucidità e responsabilità anche le nuove forme di criminalità — dalle baby gang al ransomware — investendo in prevenzione, educazione digitale, presenza dello Stato sul territorio e sicurezza informatica, senza cedere né all’indifferenza né alla rassegnazione.

La paura, però, non può essere l’unico sentimento che guida la risposta collettiva. La fermezza contro chi usa la violenza — nelle piazze, nei quartieri o dietro una tastiera — deve andare di pari passo con la tutela delle libertà fondamentali, affinché la risposta non finisca per intaccare ciò che si intende proteggere. Difendere la democrazia significa custodirne l’equilibrio: sicurezza e libertà, ordine e diritti.

Oggi più che mai è necessario ricordare che la forza di uno Stato non risiede soltanto nei suoi apparati, ma nella coscienza civica dei suoi cittadini. Essere patrioti, in una democrazia, significa scegliere ogni giorno la legalità, il rispetto, la responsabilità. Significa dire no alla violenza, in qualunque forma si presenti — nelle piazze, nei quartieri, nelle scuole, nelle case o nella rete. Perché onorare chi ha sacrificato la propria vita per la nostra libertà vuol dire, prima di tutto, non tradire i valori per cui quella vita è stata donata.

Caprioli di Pisciotta (SA), 17 febbraio 2026

Mauro Antinolfi

(libero pensatore)