Malavoglia racconta “Quale retorica”: una canzone di pace contro la guerra
Con “Quale retorica”, Malavoglia firma un brano di denuncia nato di getto davanti alle immagini dei conflitti contemporanei. Una canzone che rifiuta il silenzio, smaschera il “benessere di plastica” e trasforma indignazione e paura in un grido di pace, diretto e necessario.
Prodotto da Andrea Massaroni, il singolo cresce da un’intro cupa fino a una ballad intensa che mette al centro resistenza, unità e responsabilità individuale. In questa intervista per Europa Nel Mondo, Malavoglia racconta il bisogno di prendere posizione oggi e il ruolo della musica come atto civile.
“Quale retorica” nasce da una notte di marzo guardando le immagini dei conflitti a Gaza, Kiev e nello Yemen. Qual è stata l’emozione precisa che ha trasformato l’indignazione in una canzone scritta “di getto”?
Ciao a tutti e grazie per lo spazio. Diciamo che non c’è stata una emozione precisa ma un insieme di sensazioni e emozioni contrastanti che si sono aggiunte di volta in volta fino a non poterle più contenere tutte. Dalla rabbia e indignazione appunto, alla tristezza, dalla paura alla speranza…tante e diverse. Alla fine ha prevalso la necessità di trovare il coraggio di buttare fuori questo grido di pace e di speranza. Io questa epidemia di guerre la rinnego, non mi appartiene e non la voglio. Le mie armi sono le parole, una chitarra e mi schiero contro questo grande Risiko dove i confini vengono spostati a proprio piacimento come se fossero disegnati con matita e righelli mentre si bombardano case, vite. Come possiamo essere tornati in questa condizione storica che tanto rimanda ai conflitti bellici mondiali o agli anni più bui della guerra fredda? Davvero i nostri capi di governo ci stanno riportando tutti sull’orlo del baratro per i loro interessi di potere? E noi possiamo restare così in silenzio davanti a tutto senza fare nulla davvero per impedire questo scempio? Quale retorica è la mia auto chiamata alle “armi”, il mio atto civile.
Dovevo fare qualcosa in mio potere, nelle mie corde. Una canzone.
Disperata ma non rassegnata.
Anzi, fortissima.
Se dovessi descrivere questo brano attraverso tre concetti chiave — magari legati al “benessere di plastica” o alla “resistenza” che citi nel testo — quali sceglieresti?
Il mondo in cui siamo tutti felicemente prigionieri in questo benessere di plastica che ci addormenta un po’ tutti, lo descrivo da molto tempo nelle mie canzoni. In ALLEVATI A TERRA, in JOHNNY FA IL MIELE o in SEI BRAVO
MA alterno ironia a critiche taglienti alla nostra società infarcita di paradossi. Se dovessi usare dei concetti miei attingerei da questi brani. Questo benessere di plastica ci ha resi tutti un po’ più pigri, comodi. Abbiamo tutto ma abbiamo perso di vista il reale valore di ogni singola cosa, anche di noi stessi. Oggi si posta una foto della bandiera della Palestina e siamo a posto con la coscienza; dobbiamo e possiamo fare di più. Possiamo resistere a tutto questo ma rimanendo più connessi tra di noi, prima come persone e poi come popoli, ma nella realtà. Non sui social.
Proteggere la nostra libertà, il nostro mondo, i nostri figli è un nostro diritto. Dobbiamo alzarci, farci sentire. A volte ho la percezione che la maggior parte delle persone non so se abbia ben chiara la portata degli ultimi avvenimenti.
Il brano è stato prodotto da Andrea Massaroni ed evolve da un’intro cupa verso una ballad intensa. Qual è stata la sfida nel bilanciare un testo così duro e “politico” con una melodia che deve comunque emozionare?
Cerco sempre e comunque di creare una connessione tra il testo e la melodia; il testo parla alla gente e dentro ci sono parole di speranza e amore. Non è un brano che parla di guerra ma parla alla pace. La pace emoziona sempre.
Io mi emoziono all’idea che un giorno tutto questo schifo possa finire in un abbraccio collettivo di una umanità ritrovata. Questa è stata la sfida.
Emozionarmi per la pace in tempi di guerra. Spero possano accogliere più persone possibili questo mio messaggio.
“Restiamo in piedi se restiamo insieme”: questa frase chiude il brano con un messaggio potente. Cosa significa oggi, per te, scegliere l’unità in un mondo che sembra spingerci verso l’individualismo dei social?
Parlavamo di sfide prima…eccone una. Grandissima, la più grande. Eppure potremmo essere tutti più vicini grazie ai social, ma se li usiamo solo per guardare o cavalcare l’onda mediatica di messaggi che per qualche motivo sono diventati tendenza, allora sì che stiamo diventando tutti più soli e individualisti. Penso agli anni 60, 70 e a quelle personalità in credibili che radunavano folle in quei tempi non meno pericolosi di questi. Lo facevano senza social. I messaggi scuotevano le coscienze e la gente si muoveva per andare a sentire ciò che era il loro pensiero. Quello era già un contrastare tutto ciò che stava succedendo, la gente era più sveglia. Oggi siamo tutti un po’ più addormentati e attenti ad ascoltare i grandi pensatori di instagram.
E tik tok.
Lanciare un brano di denuncia sociale nel 2026 è un atto coraggioso. Come vivi il momento della pubblicazione: senti più la responsabilità del messaggio o l’emozione di dare voce a chi non ce l’ha?
Non vivo la mia canzone come una responsabilità da dover sostenere, anzi. Mi piace pensare che proprio nel condividerla con tutti mi farà sentire più leggero; scrivo canzoni quando mi vengono e come mi vengono. Questo è un argomento che per me riguarda il futuro di tutti e non mi capacito di come artisti di un certo peso mediatico e di una certa caratura rimangano in silenzio. Il pensiero è un arma molto forte perché può arrivare ovunque. Chi ha la forza per sostenerlo e poi i mezzi per diffonderlo ovunque, dovrebbe farlo. “Give peace a chance” cantava qualcuno in mezzo a una folla colorata. Forse dovremmo ricominciare a vedere la musica come un mezzo potentissimo di comunicazione di messaggi importanti e non di generatore di algoritmi e playlist.
La voce l’abbiamo tutti, la differenza la fa chi sceglie di dire le cose e chi no.
