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Il Crollo dell’Umanità

IL CROLLO DELL’ UMANITÀ  (di Paolo Fedele)

La morte di Octay Stroici, l’operaio romeno di 66 anni rimasto vittima del crollo della Torre dei Conti a Roma, è l’emblema di come si sia ridotto il nostro Paese, l’Europa, il mondo intero.

Aveva 66 anni, e non doveva stare lì, a faticare come edile — uno dei lavori più duri e pericolosi che esistano.

Ma era lì, perché nel suo Paese, neoliberista come pochi, la distruzione del passato (pur con tutti i suoi limiti) ha costretto milioni di persone alla diaspora, a lasciare la propria terra per sopravvivere.

È morto lontano da casa, in un Paese che una volta si diceva “civile”, ma che oggi — tra capitalismo selvaggio, arretramento dello Stato e legge della giungla imposta dal profitto — è diventato il teatro quotidiano di una strage silenziosa di morti sul lavoro.

Un’ecatombe che non indigna più nessuno.

A 66 anni, invece di godersi la pensione, Octay era ancora costretto a lavorare.

E mentre si parla di alzare ancora l’età pensionabile, migliaia di persone si spaccano la schiena per poi ricevere pensioni vergognose.

Intanto, chi dovrebbe difendere i lavoratori si indigna per tutto tranne che per loro.

Landini si agita per la Palestina, ma di tragedie come questa, sotto casa nostra, sembra fregarsene.

E non dimentichiamolo: sono proprio loro, certi sindacati e certa politica, ad aver permesso questo disastro, zitti e complici per anni.

Siamo capaci di scendere in piazza per una partita di calcio o per mille sciocchezze,

ma quando si tratta di difendere la dignità del lavoro e la vita di chi lavora, restiamo muti.

Tutti ora esprimono cordoglio e rammarico.

Ma tra qualche giorno, di Octay Stroici non parlerà più nessuno.

Fino al prossimo morto.

Solo un diverso tipo di società, una diversa economia, un diverso senso comune potranno salvarci da questa barbarie.

Si chiama socialismo, ed è scritto persino nella nostra Costituzione.

Ma nessuno lo applica.

Vergognoso. Davvero vergognoso.

Paolo Fedele

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