L’Università di Leeds mette al bando il panino

Per le persone affette da malattie cerebrali l’alimentazione riveste un ruolo fondamentale. I disturbi mnemonici e cognitivi, la difficoltà nell’eseguire gesti abituali ed eventuali alterazioni del gusto e dell’olfatto o del centro che regola fame e sazietà possono intervenire nel compromettere la capacità di alimentarsi in modo equilibrato e corretto. Pertanto occuparsi della dieta del malato è un’azione decisiva. L’Università di Leeds mette al bando il panino.

Il ricercatore capo dello studio, Huifeng Zhang, ha dichiarato infatti che “in tutto il mondo, la prevalenza della demenza è in aumento e la dieta potrebbe svolgere un ruolo fondamentale”. I dati in effetti parlano chiaro secondo Dementia UK il numero di casi di Alzheimer nel Regno Unito salirà a oltre due milioni entro il 2051. Il team di Zhang dopo accurate ricerche fatte su la dieta di 500 mila persone ha scoperto che il consumo giornaliero di 25 g di carne lavorata è associato a un aumento del rischio di demenza del 44%.

Ciò corrisponde ad una fetta di pancetta, il che significa che un panino con pancetta potrebbe aumentare il rischio di malattie cerebrali. Zhang afferma che la ricerca “si aggiunge al crescente corpo di prove che collegano il consumo di carne lavorata a un aumento del rischio di una serie di malattie non trasmissibili”. Altri panini che potrebbero aumentare il rischio di demenza secondo l’idea che le carni lavorate aumentino il rischio di demenza, i panini con la salsiccia, i salumi, come roast beef e tacchino così come i panini al prosciutto.

La ricerca eseguita sotto la supervisione delle professoresse Janet Cade e Laura Hardie, è partita analizzando i dati forniti dalla UK Biobank. Il database conteneva informazioni genetiche e sanitarie approfondite di mezzo milione di partecipanti del Regno Unito di età compresa tra 40 e 69 anni. All’interno dei dati, sono stati raccolti la frequenza con cui i partecipanti hanno consumato diversi tipi di carne dal 2006 al 2010. Sebbene lo studio non abbia valutato in modo specifico l’impatto di una dieta vegetariana o vegana sul rischio di demenza, includeva dati su coloro che non mangiavano carne rossa. Tra i partecipanti, sono emersi 2.896 casi di demenza in una media di otto anni di follow-up. In effetti, alcune persone avevano una probabilità fino a sei volte maggiore di sviluppare la demenza a causa di fattori genetici. Tuttavia, il rischio di demenza derivante dal consumo di carne lavorata era lo stesso indipendentemente dal fatto che una persona avesse o meno una predisposizione genetica a sviluppare la condizione cerebrale. Le persone che consumavano più carne lavorata tendevano anche ad essere fumatori, sovrappeso e a mangiare meno frutta e verdura.

Zhang ci ha tenuto a precisare che “sono necessarie ulteriori conferme, ma la direzione dell’effetto è collegata alle attuali linee guida per un’alimentazione sana che suggeriscono che un consumo inferiore di carne rossa non trasformata potrebbe essere benefico per la salute”. Il professor Cade ha aggiunto che “tutto ciò che possiamo fare per esplorare potenziali fattori di rischio per la demenza può aiutarci a ridurre i tassi di questa condizione debilitante”.