Francavilla Angitola, la memoria che resiste: così un piccolo borgo calabrese interroga l’Italia dello spopolamento
In un’Italia che si svuota ai margini e si concentra nei grandi poli urbani, c’è un piccolo centro della Calabria che diventa lente d’ingrandimento su una questione nazionale: la sopravvivenza dell’identità nei territori dell’emigrazione. Il libro “Frammenti di Memoria” di Giuseppe Pungitore edito da Libritalia – dedicato a Francavilla Angitola non è soltanto un’operazione memoriale. È un atto civile. Attraverso il recupero di luoghi, volti e ritualità, l’autore Pungitore, ricostruisce l’ossatura sociale ed economica di una comunità scandita da ritmi precisi: il calendario liturgico — Pasqua, Natale, Corpus Domini, Carnevale e Quaresima — il succedersi delle stagioni, il lavoro agricolo, le relazioni di vicinato. Al centro, la festa patronale dedicata a San Foca momento culminante dell’anno, rito collettivo che rinsaldava appartenenza e gerarchie, devozione e identità. Ma dietro la narrazione affiora una domanda più ampia: cosa resta oggi di quel mondo?
La diaspora come destino
La storia di Francavilla Angitola è la storia di centinaia di borghi del Mezzogiorno. L’emigrazione — prima verso le Americhe, poi verso il Nord Italia e l’Europa — ha svuotato case e piazze, lasciando dietro di sé un tessuto sociale indebolito. Le rimesse hanno sostenuto le economie familiari, ma la partenza ha inciso in profondità sulla struttura demografica e culturale. Chi è partito, tuttavia, non ha mai reciso del tutto il legame con il paese natio. Nel libro emerge con forza questa tensione: la memoria come ancora identitaria. I francavillesi nel mondo continuano a riconoscersi nelle feste patronali, nelle tradizioni, nei racconti tramandati. Ma la trasmissione intergenerazionale non è più scontata.

Globalizzazione e fragilità locale
La globalizzazione ha accelerato processi già in atto. I modelli economici tradizionali — agricoltura, artigianato, microeconomie familiari — sono stati progressivamente sostituiti da dinamiche esterne. I ritmi stagionali hanno ceduto alla connessione permanente. Le piazze si sono trasformate in spazi simbolici più che reali. Il libro suggerisce che la perdita non è soltanto demografica. È culturale. Quando si affievoliscono le devozioni popolari, quando le feste diventano evento turistico più che rito comunitario, l’identità si trasforma in rappresentazione.
Il valore politico della memoria
Raccontare un piccolo centro come Francavilla Angitola significa riportare al centro del dibattito la cosiddetta “Italia interna”. Negli ultimi anni si moltiplicano piani di rilancio, incentivi per il ritorno, strategie contro lo spopolamento. Ma lo sviluppo non può limitarsi all’infrastruttura o all’agevolazione fiscale. Senza una narrazione condivisa, senza il recupero della memoria collettiva, nessuna politica di rigenerazione può dirsi completa. La comunità non è solo un insieme di residenti: è un patrimonio di relazioni, simboli, rituali. La figura di San Foca, nel libro, non è solo religiosa. È il simbolo di una coesione che trascende il tempo, di un’appartenenza che supera le distanze geografiche.
Una questione che riguarda il Paese
Francavilla Angitola diventa così metafora di un’Italia che rischia di perdere la propria pluralità territoriale. Se i piccoli centri si svuotano, si impoverisce l’intero sistema nazionale. Se la memoria si dissolve, si indebolisce la capacità di costruire futuro. Il libro realizzato in una confezione semplice e curata nei dettagli dalla direzione editoriale di Simona Toma non indulge nella nostalgia. Al contrario, invita a una presa di coscienza: l’identità non è un museo immobile, ma un processo dinamico che richiede consapevolezza. La sfida non è fermare la mobilità — che è cifra della modernità — ma garantire che il legame con le radici non si spezzi. In un tempo di partenze continue e ritorni incerti, la domanda che emerge è semplice e radicale: può l’Italia permettersi di dimenticare i suoi borghi?
