Soprintendenza, se ci sei batti un colpo
Il recente intervento di restauro, sulla raffigurazione di un angelo, molto somigliante ad un noto personaggio politico, presente nella basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, ci induce ad una riflessione seria circa l’opportunità di lasciare libere le mani a personale non specializzato, o discutibilmente qualificato, di intervenire in attività di restauro, senza la dovuta supervisione di un organismo di controllo che, per legge spetta alle Soprintendenze in qualità di organi periferici ministeriali.
Nel nostro paese, il patrimonio culturale, è tutelato dalla Costituzione (Art. 9) e, “dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”. Solo ad immaginare cosa ciò rappresenta, e costituisce in termine di ricchezza e storia identitaria, è come sfogliare un enorme libro con una infinità di pagine in cui sono riportate notizie circa beni, definiti materiali, quali: monumenti, opere d’arte, siti archeologici, paesaggi, ecc.; e beni immateriali come: tradizioni, lingua, artigianato, cucina, musica, e altro di interesse artistico, storico, archeologico e etnoantropologico, ecc.
Alla luce di quanto in premessa, più e più volte mi sono chiesto, come mai, il principio di tutela, con le definite modalità di protezione, non sia sufficientemente o per niente garantita nei piccoli paesi. E mi riferisco soprattutto ad opere custodite nelle nostre chiese, nei cimiteri, e in palazzi storici dei nostri Comuni dove, più vistosamente, si riscontrano preoccupanti situazioni di precarietà e abbandono per l’assenza e il mancato interessamento di chi è preposto alla salvaguardia di tutto questo. La tutela, come ci viene ricordato molto spesso, è un “impegno collettivo per trasmettere, alle future generazioni, un patrimonio unico di bellezza storico-artistica, badando a proteggerla da danni e sfruttamento e con l’obbligo per i governanti di averne cura”.
Succede che, come prevedibile, dove questa cura non si applica, molte opere d’arte vengano offese da interventi maldestri, affidati, per “comodità” ad amici o a presunti restauratori di cui non si conosce abbastanza il percorso professionale. E non ho alcun timore a ricordare alcuni episodi che hanno riguardato opere di riconosciuto valore artistico all’interno del mio paese, Francavilla Angitola, in provincia di Vibo Valentia dove, più volte, ho sollevato situazioni di abbandono e incuria.
A Francavilla, dicevo, nel corso di due restauri, alla pregevole statua della Madonna delle Grazie, opera del maestro Vincenzo Scrivo da Serra, sono stati cancellati dal manto e dagli abiti, le bellissime decorazioni rappresentate da delicati motivi floreali, utilizzati dall’autore per arricchire e ornare degnamente di fregi regali la sacra immagine. Interventi eseguiti, a mio avviso, in modo sbrigativo, senza la necessaria competenza che, di fatto, sono riusciti a privarla, atto gravissimo, dei suoi ornamenti e colori originali, con una verniciatura alla meglio che, non solo ha alterato le sembianze della statua, molto cara ai francavillesi e soprattutto agli abitanti del vecchio Borgo, ma ha inflitto una ferita non rimarginabile e vistosa alla sua bellezza artistica.
Per non parlare poi di altri interventi che lasciano davvero stupefatti, e sui quali nessuno si è mai posto il benchè minimo problema di intervenire a tutela del patrimonio storico artistico esistente. Un piccolo ma significativo elenco dimostra come non abbia avuto, negli anni passati, l’attenzione dovuta e chiama tutti alla responsabilità e alla necessità di salvaguardare le opere d’arte delle nostre chiese, affidate con leggerezza a figure professionali o pseudo artisti in alcun modo scelti a garantire il successo dell’intervento o chiamati a rispondere del danno causato. Tutti però ne siamo coinvolti perchè “Il patrimonio pubblico appartiene ad ogni singolo individuo ed ognuno è tenuto alla sua salvaguardia”.
Voglio ricordare qui anche il caso che ha visto coinvolta, nella vicina Filadelfia, l’antica e bella statua in marmo della Madonna del Carmine, datata 1545, opera dello scultore Giovan Battista Mazzolo, allievo del Gaggini, proveniente dal Convento agostiniano di Francavilla ove era collocata fino al 1783. Il restauratore, allora, operando maldestramente, provò a rimuovere definitivamente, non riuscendovi appieno perchè lasciò tracce ancora visibili, le stelle “in oczoro”, poste a delineare il manto della Vergine e chiara firma dell’autore.
A Francavilla, troppe volte si è rimasti indifferenti di fronte ai tanti episodi in cui, invece, era necessario manifestare un disappunto, o anche far pesare una presenza o richiamare l’attenzione della Soprintendenza, in situazioni di vera e propria distruzione o scomparsa, di parte del proprio patrimonio identitario. Così, negli anni, la popolazione, oltre a quanto già citato, ha dovuto fare i conti con vicende che l’anno privata di opere significative come:
La statua lignea del “Cristo della Curunejha”, (a. 600/700) collocata nella chiesa matrice, andata bruciata e sostituita con altra di scarsa fattura.
Antico organo a mantice, con canne in ottone, risalente ai primi del Novecento, distrutto. (Chiesa Matrice).
Parte superiore di antica tela miracolosa, posta nella sacrestia della Chiesa del Rosario, raffigurante una Madonna con Bambino con ai lati San Domenico e Santa Caterina, proveniente dall’annesso convento domenicano del 1545. Del frammento di tela, consegnata a un funzionario della Soprintendenza di Cosenza, giunto sul posto negli Anni 80, non se ne conosce il destino.
Antico pulpito con parti intarsiati, posto all’interno della stessa chiesa del Rosario, con mano lignea reggente un crocifisso. (distrutto).
Tela del ‘700 raffigurante la Circoncisione, restaurata da personale indicato dalla curia diocesana, restituita senza la cornice originale e, di fatto, risultandone ad oggi, priva.
Antica statua del Cristo in cartapesta, collocata in una bara lignea nella Chiesa del Rosario ed utilizzata per la processione del Venerdì Santo, restaurata in modo approssimativo e con colori sgargianti a stravolgerne la figura originale.
Antico ciborio del ‘700, posto nell’altare maggiore della Chiesa delle Grazie, restaurato di recente da personale indicato dalla curia diocesana, e restituito privo del colore celeste che lo caratterizzava ma di cui rimangono tracce visibili che fanno pensare ad un restauro non riuscito perfettamente.
Rimozione arbitraria di una base lignea su cui era collocato un Bambinello in legno del ‘700.
A questo elenco aggiungo due tele, presenti nella Chiesa Matrice, una posta sopra l’altare dell’Immacolata e raffigurante un Cristo, Cuore di Gesù, e la tela del Purgatorio posta nell’altare omonima. Entrambe, assegnate per restauro da persone sensibili e generose, durante i lavori della chiesa, a presunti artisti, hanno avuto bisogno di altro qualificato restauro, affidato a terzi, per poterli restituire alla visione originale.
Un ultimo accenno mi tocca fare per ricordare come, in un recente passato, sia stato possibile ad alcuni avere facile accesso ai libri antichi della Parrocchia e ai registri comunali senza alcuna procedura di annotazione e verifica di restituzione.
Fatti e momenti richiamati, servono a trovare sufficienti ragioni a comprendere come, sotto i nostri occhi, si perda un enorme e significativo patrimonio storico-artistico, utile a raccontare il nostro passato e per il quale le diverse generazioni, prima di noi, si sono spesi per tramandarlo come segno del loro passaggio e della loro identità. E mi riferisco ai tre antichi e cospicui Conventi esistenti sul territorio di Francavilla, due dei quali ricadenti in terreni privati. Appelli caduti a vuoto. Motivo questo per richiamare l’attenzione, degli Organi competenti, ad un meticoloso lavoro di affiancamento preventivo con Parrocchie ed Amministrazioni comunali, Pro Loco ed altre Associazioni sul territorio, al fine di assicurare una maggiore garanzia di controllo, tutela e salvaguardia. E davvero speriamo che, dopo questo ennesimo richiamo, qualcosa si muova.
Franco Torchia


