Dirigere non è un mestiere per tutti. Non basta indossare un titolo, sfoggiare un pennacchio o esibire una targhetta sulla porta per potersi definire leader. Dirigere significa avere idee, competenze, strumenti, coraggio, buonsenso e – soprattutto – una classe dirigente all’altezza del compito.
Chi confonde il potere con l’autorità, chi pensa che basti imporre per governare, dimostra solo nanismo culturale e professionale. Il potere non è un giocattolo da brandire per vanità personale: richiede conoscenza, esperienza e capacità di gestire uomini, donne e problemi reali.
La storia insegna che i sistemi crollano non per mancanza di mezzi, ma per incapacità di chi li guida. Il vero disastro nasce quando si improvvisa la leadership: quando al posto del merito prevalgono nepotismi, favoritismi e relazioni di cortile. Pensare di dirigere con fratelli, cugini, cognati, amanti, portieri o persino con il cane, è la ricetta perfetta per lo sfacelo delle organizzazioni.
Un dirigente degno di questo nome sa ascoltare, conosce i suoi collaboratori, ne rispetta i percorsi, ne valorizza competenze e carattere. Chi non lo fa, finisce per erigere muri di mediocrità, generando fratture insanabili.
Mutuando l’aforisma andreottiano: il potere logora non solo chi non ce l’ha, ma anche – e soprattutto – chi non sa come esercitarlo, né con chi.
Ecco la vera piaga: il nanismo di chi dirige senza saper dirigere.
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