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Papa Leone XIV inaugura il ciclo sul Giubileo della Speranza: «Gesù Cristo Nostra Speranza» e la parabola del seminatore

Nella sua prima Udienza Generale, mercoledì 21 Maggio 2025, Papa Leone XIV, continua il ciclo di catechesi iniziate da Papa Francesco sul Giubileo della speranza sul tema «Gesù Cristo Nostra Speranza», ripercorrendo le parabole di Gesu’, incominciando da quella del seminatore (cfr Mt 13,1-17).

«Ogni parabola – ha detto il Papa – racconta una storia che è presa dalla vita di tutti i giorni, eppure vuole dirci qualcosa in più, ci rimanda a un significato più profondo. La parabola fa nascere in noi delle domande, ci invita a non fermarci all’apparenza. Davanti alla storia che viene raccontata o all’immagine che mi viene consegnata, posso chiedermi: dove sono io in questa storia? Cosa dice questa immagine alla mia vita? ».

La Parola è come un seme. Quando viene gettato cade in un cuore che è sempre diverso dall’altro cuore e in ognuno produce qualcosa. Gesù stava in mezzo alla gente. Ognuno aveva situazioni differenti, storie differenti, speranze e fallimenti. Gesù a tutti ha qualcosa da dire. Lui getta il seme anche lì dove noi non lo faremmo mai: sulla strada, tra i sassi, in mezzo ai rovi. Questo atteggiamento stupisce chi ascolta e induce a domandarsi: come mai?

Risponde il Papa: perché «Noi siamo abituati a calcolare le cose – e a volte è necessario –, ma questo non vale nell’amore! Il modo in cui questo seminatore “sprecone” getta il seme è un’immagine del modo in cui Dio ci ama».

Le parole di Papa Leone XIV sono cariche di speranza. Ci esortano ad interrogarci. Dio mi ama. Dio mi chiama cosi come sono. Ma cosa sono disposto a fare per essere migliore di come sono? Lui non ha paura dei miei fallimenti e delle mie cadute, ma io cosa faccio concretamente per poter cadere il meno possibile?

«Cari fratelli e sorelle, – ci chiede il Papa – in quale situazione della vita oggi la parola di Dio ci sta raggiungendo?». È giusto che ciascuno di noi si fermi e si interroghi seriamente. «E se ci accorgessimo di non essere un terreno fecondo, non scoraggiamoci, ma chiediamo a Lui di lavorarci ancora per farci diventare un terreno migliore».

don Francesco Cristofaro

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