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Gubbio, la chiesa che sembra incompiuta e custodisce un tesoro: a San Domenico torna a vivere anche l’antico organo

C’è una Gubbio che tutti conoscono, quella dei palazzi medievali, di Piazza Grande, del Palazzo dei Consoli e delle strade in salita che sembrano riportare indietro nel tempo. E poi c’è una Gubbio più discreta, fatta di luoghi che spesso si attraversano senza immaginare ciò che custodiscono.

Tra questi c’è la chiesa di San Domenico, nel cuore del centro storico, affacciata su Piazza Giordano Bruno. Un edificio che già dall’esterno cattura l’attenzione per la sua caratteristica più evidente: la facciata rimasta incompiuta. È proprio quella incompiutezza, anziché impoverirla, a darle un carattere particolare, quasi enigmatico.

Ma basta entrare per accorgersi che dietro quelle pietre c’è una storia molto più ricca.

San Domenico è infatti uno dei luoghi di culto che meglio raccontano la stratificazione artistica e religiosa di Gubbio. La sua vicenda attraversa secoli e trasformazioni, lasciando nell’edificio testimonianze di epoche differenti. Il patrimonio artistico comprende affreschi quattrocenteschi riconducibili alla bottega di Ottaviano Nelli, decorazioni cinquecentesche e opere di epoca successiva.

Eppure c’è un elemento che merita un’attenzione particolare e che spesso rischia di passare inosservato: l’organo storico.

Il gigante silenzioso di San Domenico

Quello che oggi si può ammirare nella chiesa è un organo della tradizione organaria Morettini, una delle più importanti famiglie di costruttori di strumenti dell’Italia centrale.

Gli organi Morettini rappresentano una pagina fondamentale della storia musicale umbra. La famiglia, originaria di Perugia, sviluppò nel corso dell’Ottocento una produzione vastissima, con strumenti realizzati in numerose chiese dell’Umbria, delle Marche, del Lazio e anche in importanti sedi ecclesiastiche italiane.

Anche San Domenico conserva dunque non soltanto un’opera d’arte, ma uno strumento che racconta la storia della musica e dell’artigianato italiano.

Ed è qui che la storia diventa particolarmente interessante.

Perché quell’organo, per molto tempo, non era semplicemente un prezioso elemento storico da osservare. Era uno strumento che aveva bisogno di essere recuperato.

Nel 2018 arrivò infatti una svolta importante: dopo un lungo percorso, l’organo storico di San Domenico fu restaurato e riportato alla sua piena dignità musicale. Il restauro coinvolse lo strumento e, contemporaneamente, anche il prezioso coro ligneo cinquecentesco della chiesa. Il lavoro sull’organo fu affidato al maestro Eugenio Becchetti, mentre gli elementi lignei furono restaurati dalla ebanisteria eugubina Minelli Restauratori.

La conclusione dei lavori non rimase un fatto esclusivamente tecnico.

Il 30 novembre 2018, nella chiesa di San Domenico, il ritorno dell’organo alla vita fu celebrato con un concerto inaugurale. Una scelta tutt’altro che simbolica: per un organo storico, infatti, il modo migliore per dimostrare che il restauro ha restituito qualcosa alla città è permettere alla sua voce di tornare a riempire lo spazio per il quale era stato costruito.

Quella sera San Domenico tornò quindi a essere non soltanto un monumento da visitare, ma anche un luogo da ascoltare.

Un restauro che ha restituito una voce a Gubbio

Il recupero dell’organo ha un significato che va oltre la musica.

Un antico strumento a canne non è infatti un semplice oggetto d’arredo. È una macchina complessa nella quale convivono legno, metallo, meccanica, aria e conoscenze artigianali tramandate nel tempo. Quando rimane silenzioso per anni, il rischio è che una parte della sua storia vada perduta.

Per questo il restauro del Morettini di San Domenico rappresenta anche un’operazione di tutela della memoria.

La stessa documentazione relativa alla rinascita dello strumento racconta quanto fosse sentito il problema della conservazione degli organi storici di Gubbio. San Domenico viene indicata, insieme a San Pietro, tra le realtà organistiche più importanti della città.

E oggi, guardando quell’organo nella sua collocazione, è difficile non pensare a quante generazioni lo abbiano ascoltato.

Quante celebrazioni, quanti momenti solenni, quante persone sono entrate in questa chiesa mentre dalle canne arrivava la musica?

È questa la suggestione più forte.

La chiesa incompiuta che non è affatto una storia incompiuta

San Domenico, dunque, racconta una curiosa contraddizione.

La sua facciata appare come qualcosa che non è stato portato a termine. Ma entrando si scopre esattamente il contrario: un luogo nel quale ogni epoca ha lasciato qualcosa.

Gli affreschi, le cappelle, le opere d’arte, il coro ligneo e l’organo compongono una sorta di grande archivio visivo e sonoro della città.

E proprio l’organo rappresenta forse il dettaglio più sorprendente: per un certo periodo la sua storia sembrava destinata a diventare soltanto memoria. Poi il restauro ha cambiato il finale.

Nel 2018 quello strumento è tornato a suonare.

Ed è forse questa la maniera migliore per raccontare San Domenico: non come una chiesa “incompiuta”, ma come un edificio che continua a completare la propria storia attraverso il tempo.

A Gubbio, dove il Medioevo è ancora visibile nelle pietre dei palazzi e nelle geometrie delle piazze, San Domenico offre così una prospettiva diversa. Qui il passato non è soltanto qualcosa da guardare.

È qualcosa che può ancora farsi sentire.

E quando le canne del Morettini tornano a riempire la navata, la distanza tra la Gubbio di oggi e quella di secoli fa sembra improvvisamente accorciarsi.

Forse è proprio questo il vero tesoro di San Domenico: non soltanto ciò che è rimasto, ma ciò che, dopo essere stato quasi dimenticato, è riuscito a tornare vivo.

Redattore Travel

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