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La Torre del dolore: tredici anni senza quei nove angeli

Ieri, 7 maggio, Genova si è fermata.
Per un momento il rumore del porto, delle strade, della vita quotidiana, ha lasciato spazio al silenzio. Un silenzio pesante, pieno di ricordi, lacrime e nomi che il tempo non potrà mai cancellare.
Sono passati tredici anni dal crollo della Torre. Tredici anni da quel giorno maledetto che ha spezzato nove vite e cambiato per sempre il destino di altrettante famiglie.
Ma ci sono dolori che non conoscono anniversari, ferite che non imparano mai davvero a guarire.
Quel giorno non morirono soltanto degli uomini.
Morirono sogni, progetti, abbracci mai più dati, parole rimaste sospese. Morì una parte di Genova.
I loro nomi continuano a vivere nella memoria di tutti:

Daniele Fratantonio

Giovanni Iacoviello

Davide Morella

Marco De Candussio

Giuseppe Tusa

Francesco Cetrola

Michele Robazza

Sergio Basso

Maurizio Potenza

Nove nomi. Nove storie. Nove famiglie che da tredici anni convivono con un vuoto impossibile da colmare.
E tra quei volti impossibili da dimenticare c’è quello di Giuseppe Tusa, giovane, pieno di vita, di speranze, di futuro. Un figlio strappato troppo presto all’amore di sua madre.
Perché il dolore di una mamma che perde un figlio non ha parole. È un urlo silenzioso che continua ogni giorno, in ogni stanza vuota, in ogni fotografia accarezzata con le lacrime agli occhi, in ogni ricordo che torna all’improvviso e spezza il respiro.
Ogni madre, ogni padre, ogni moglie, ogni figlio delle vittime porta dentro di sé una ferita invisibile che il tempo non ha cancellato.
Ci si abitua forse a sopravvivere, ma non si impara mai ad accettare davvero l’assenza di chi si ama.
Ieri Genova si è stretta in un unico grande abbraccio.
Un abbraccio fatto di commozione, fiori, silenzi e occhi lucidi. Perché ricordare significa continuare ad amare. Significa dire a quei nove uomini che non sono stati dimenticati. Che la loro vita conta ancora. Che il loro ricordo vive nei cuori di chi resta.
La Torre è crollata tredici anni fa, ma il dolore no.
E forse non crollerà mai.
Per questo la memoria deve restare viva.
Perché nessun’altra famiglia debba conoscere un dolore così devastante. Perché la sicurezza sul lavoro non sia mai considerata un dettaglio. Perché dietro ogni casco, ogni uniforme, ogni turno di lavoro, c’è una vita che aspetta di tornare a casa.
Oggi l’Italia piange ancora i suoi figli.
E mentre il tempo continua a scorrere, i loro nomi restano lì, incisi nell’anima della città come una promessa eterna:
non vi dimenticheremo mai.

Paolo Fedele

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