Dalla denatalità alla medicina neonatale personalizzata, passando per il ruolo del Servizio sanitario nazionale, le difficoltà socioeconomiche delle famiglie e l’integrazione delle comunità straniere. Sono stati questi i temi al centro di un lungo approfondimento dedicato al futuro della neonatologia italiana, con protagonisti il professor Enrico Bertino e la professoressa Alessandra Coscia, impegnati da anni nello studio della salute neonatale e delle cure dedicate ai bambini più fragili.
L’incontro, seguito anche dalle comunità italiane all’estero – dagli italo-americani agli italo-canadesi fino agli italiani residenti in Argentina – ha acceso i riflettori su un’Italia che fa sempre meno figli e che, parallelamente, deve affrontare nuove sfide sanitarie e sociali.
“La situazione dal punto di vista numerico non è positiva”, ha spiegato la professoressa Coscia. “Il 2025 si è chiuso con un’ulteriore riduzione del tasso di natalità. Oggi registriamo circa un terzo delle nascite rispetto agli anni Sessanta”. Un dato che si accompagna a un tasso di fecondità sempre più basso: circa 1,12 figli per donna, lontanissimo dalla soglia necessaria per garantire il ricambio generazionale.
Secondo gli esperti, il fenomeno non può essere letto soltanto dal punto di vista sanitario, ma deve essere interpretato anche attraverso le trasformazioni economiche e culturali della società contemporanea. Il professor Bertino ha sottolineato come molte coppie scelgano di diventare genitori sempre più tardi, spesso a causa dell’instabilità lavorativa, delle difficoltà economiche e dell’assenza di adeguate politiche di sostegno alla maternità.
“Le persone decidono responsabilmente di avere figli quando raggiungono una stabilità professionale e abitativa”, ha spiegato. “Il problema è che oggi questa sicurezza arriva sempre più tardi e questo inevitabilmente incide anche sulla salute perinatale”.
Uno degli aspetti più delicati riguarda infatti la prematurità. In Italia nascono ogni anno circa 32 mila bambini prematuri, mentre oltre 3.500 neonati vengono al mondo con un peso inferiore ai 1.500 grammi, una categoria considerata particolarmente vulnerabile dal punto di vista clinico e neuroevolutivo.
“La neonatologia moderna non si limita più a curare il neonato nel momento della nascita”, ha evidenziato Coscia. “Oggi si lavora con una prospettiva molto più ampia, costruendo percorsi personalizzati che guardano allo sviluppo futuro del bambino e alla qualità della sua vita adulta”.
Proprio il tema della medicina personalizzata rappresenta una delle grandi evoluzioni della neonatologia contemporanea. Negli ultimi anni, infatti, la ricerca scientifica e le nuove tecnologie hanno permesso di rendere le cure sempre meno invasive e sempre più mirate alle esigenze specifiche dei neonati, soprattutto di quelli prematuri.
Nel corso dell’incontro è stato affrontato anche il rapporto tra natalità, immigrazione e condizioni socioeconomiche. Gli specialisti hanno spiegato come le differenze negli esiti neonatali non siano legate tanto all’etnia quanto piuttosto alle condizioni ambientali, nutrizionali e sociali delle famiglie.
“Negli Stati Uniti il tema viene spesso affrontato in termini etnici, ma in realtà il peso maggiore è dato dalle disuguaglianze socioeconomiche”, ha spiegato Coscia. “Anche in Italia le difficoltà maggiori emergono soprattutto nelle situazioni di fragilità economica e culturale”.
Bertino ha ricordato inoltre uno studio internazionale coordinato insieme alla stessa Coscia, dedicato all’analisi dello sviluppo infantile nei diversi gruppi etnici del mondo. “Quando i bambini crescono in condizioni favorevoli dal punto di vista sanitario, nutrizionale e sociale, le differenze tra popolazioni praticamente scompaiono”, ha sottolineato.
Particolare attenzione è stata dedicata anche al ruolo del Servizio sanitario nazionale italiano, definito dagli specialisti uno dei sistemi più avanzati al mondo per quanto riguarda la tutela materno-infantile. Gravidanza, parto e assistenza pediatrica restano infatti ambiti fortemente protetti, con percorsi gratuiti e controlli garantiti a tutte le donne.
“In gravidanza le liste d’attesa praticamente non esistono”, ha spiegato Coscia. “Esistono percorsi dedicati, consultori e programmi di monitoraggio che permettono un’assistenza continua durante tutti i nove mesi”.
Permangono tuttavia differenze territoriali tra Nord e Sud del Paese, soprattutto sul fronte organizzativo e socioeconomico. Anche gli esiti neonatali, pur mantenendosi su livelli tra i migliori al mondo, mostrano ancora alcune disuguaglianze tra le diverse aree italiane.
Nel corso del confronto si è parlato anche dell’evoluzione della diagnosi prenatale e delle malformazioni congenite. Oggi molte patologie vengono individuate già durante la gravidanza grazie ai progressi della medicina fetale e della genetica, consentendo interventi sempre più tempestivi e mirati.
L’approfondimento si è così trasformato in una riflessione più ampia sul futuro demografico dell’Italia e dell’Europa, sempre più caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione e dalla riduzione delle nascite. Una sfida che, secondo gli esperti, non riguarda soltanto la medicina, ma coinvolge direttamente il mondo del lavoro, il welfare, la scuola e l’intera organizzazione sociale del Paese.
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