C’è una domanda che, prima o poi, arriva per tutti.
Una di quelle che ti spoglia, che ti mette davanti allo specchio senza sconti:
“Se tornassi indietro, rifaresti questo mestiere?”
L’altro giorno l’hanno fatta anche a me.
Non ho avuto bisogno di pensarci.
Non ho fatto calcoli, non ho pesato vantaggi e svantaggi.
Ho risposto d’istinto, come si risponde alle verità profonde:
Sì.
Lo rifarei.
Lo rifarei se nascessi in una prossima vita.
E anche in quella dopo.
Perché questo è il mestiere più bello del mondo.
Non lo è per gli stipendi, non lo è per le carriere, non lo è per le medaglie appuntate sul petto.
Lo è per quella uniforme.
Quell’uniforme che, col tempo, non la indossi più soltanto: si attacca alla pelle. Diventa parte di te. Assorbe il sudore, la fatica, le notti senza sonno, le corse improvvise, le paure trattenute, le decisioni prese in un secondo. Assorbe anche le lacrime che non hai mostrato, le strette di mano silenziose, gli sguardi che ti restano dentro per anni.
L’altra domanda è stata ancora più sottile:
“Hai ricevuto tutto ciò che hai dato nella tua vita professionale?”
Domanda legittima. Quasi matematica.
La risposta, però, non può essere matematica.
Dal punto di vista emotivo, sì.
Sono stato ristorato e profondamente da ciò che ho vissuto.
Dalle emozioni forti, dall’intensità.
Dalla sensazione di essere stato nel posto giusto, nel momento giusto, anche quando era difficile. Soprattutto quando era difficile.
Ci sono esperienze che ti scavano dentro, ma nello stesso tempo ti riempiono. Ci sono situazioni che ti segnano, ma ti insegnano quanto puoi essere forte, fragile, necessario. Quello che ho ricevuto non è quantificabile. È stato uno scambio silenzioso con la vita stessa.
Se invece la domanda la spostiamo su un piano più umano, riconoscimenti, meriti, gratificazioni ufficiali,forse qualcosa manca.
Forse sì. Qualche ingiustizia, qualche mancata valorizzazione, qualche ombra c’è stata.
Ma è una mancanza che non ho mai messo al centro.
Perché se mi fossi fermato a contare, a pretendere, a misurare con freddezza scientifica ciò che davo e ciò che ricevevo, non mi sarei speso così tanto. Non mi sarei lasciato attraversare completamente da questo mestiere.
Il cinismo protegge. Ma illumina poco.
E questo lavoro, invece, illumina. Ti pervade.
Ti consuma e ti accende nello stesso tempo.
È un fuoco che non sempre ti scalda, ma ti rende vivo.
E proprio questo spirito, questa dedizione che non chiede contabilità, questa passione che non cerca bilanci, ho cercato di riportarlo anche nel mio libro, Il cuore di una divisa nel mare dell’amore.
In quelle pagine non c’è solo il racconto di eventi. C’è l’anima di un percorso. C’è l’odore del mare, il peso delle decisioni, la vertigine della responsabilità. C’è la consapevolezza che ogni scelta fatta in servizio non è mai solo tecnica: è profondamente umana.
Ho scritto quel libro con lo stesso spirito con cui ho indossato l’uniforme: senza riserve. Senza calcoli. Con la volontà di restituire ciò che ho ricevuto emotivamente, di dare voce a ciò che spesso resta silenzioso.
Perché certe esperienze non possono rimanere solo dentro.
Devono diventare memoria condivisa.
Devono trasformarsi in parola.
E questo è il monito che voglio trasferire ai giovani.
Indossare un’uniforme non significa soltanto scegliere un lavoro.
Significa scegliere una responsabilità.
Significa decidere di essere presidio, presenza, sicurezza per gli altri.
Lavorare nella Guardia Costiera è qualcosa di unico.
Unico perché ti mette davanti al mare, che non perdona superficialità.
Unico perché ti insegna che ogni intervento può fare la differenza tra la disperazione e la speranza.
Unico perché ti obbliga a crescere, a decidere, a essere saldo quando tutto intorno si muove.
Ai giovani voglio dire questo: non abbiate paura di scegliere qualcosa che vi consumi di passione. Non cercate solo ciò che vi garantisce; cercate ciò che vi accende. Perché una vita vissuta con calcolo è ordinata, ma una vita vissuta con vocazione è piena.
E quando, la sera, guarderete la vostra uniforme appesa, capirete che non è solo un simbolo.
È il segno che avete scelto di esserci.
E allora sì, tornassi indietro lo rifarei.
Ancora.
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