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“Cenere e Mandorli”, il grido di Michele Petullà contro ogni guerra

Un’opera che grida al mondo il rifiuto di ogni guerra, di ogni violenza, di ogni disordine, di ogni caos apocalittico.
Un invito all’armonia interiore, alla convivenza ideale ordinata dalla legge e dalla giustizia, in una visione che richiama il pensiero kantiano.

“Cenere e Mandorli”: un titolo che è già un assioma perfetto, un contrasto che abbraccia la vita e la morte, la distruzione e la rinascita.
La cenere – ciò che trasforma i corpi, li rende grigi, deformati, irriconoscibili – e il mandorlo, l’“amugdalus”, simbolo di vigilanza e speranza.

In ambito ebraico, il mandorlo è associato alla parola schakedh, “vigilante” o “laborioso”, in riferimento alla sua precoce fioritura primaverile. Nel Libro di Geremia, il Signore utilizza il ramo di mandorlo per simboleggiare la sua vigilanza nel compimento della parola divina.
Ma il mandorlo è anche legato al culto di Cibele, la Madre degli dèi, evocando nella corteccia della pianta le cicatrici non rimarginate dell’umanità.

In questa prospettiva, l’opera del poeta Michele Petullà assume una dimensione universale: una cannibalica visione del male, in cui luce, silenzio e pace si alternano a profonde e tragiche visioni di dolore.
La sua poesia abbraccia l’idea stessa della morte di bambini, donne gravide, adolescenti innocenti, colpevoli solo di abitare terre che appartengono loro da sempre.

Nella poesia che apre il prezioso volume, Cenere e Mandorli, riecheggiano voci multiple e sguardi verso un cielo a volte impietoso.
Sin dalle prime pagine emerge un dire evocante una scena di lutto, ambientata in un contesto di guerra, catastrofe, violenza assordante.
I temi centrali sono il dolore di una madre e l’ombra simbolica del figlio perduto – ucciso! – in un linguaggio apocalittico in cui il “cielo in fiamme” trasforma il pianto in disperazione irreversibile.

Petullà costruisce la narrazione con immagini incisive: vetri spezzati, simbolo della frattura e della fragilità umana.
Il suo verso corre rapido, scandito da una paratassi tagliente, che restituisce l’urgenza del dolore e la verità del tempo vissuto.

A rendere ancora più densa l’opera è la puntuale introduzione di Mons. Pennino Fiorillo, Vicario della Diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea, che scrive:

Cenere e Mandorli è molto più di una raccolta poetica: è un atto di resistenza umana e un grido di bellezza lanciato contro l’orrore.

E noi – leggendo, ascoltando, sostando tra quelle parole – non possiamo che concordare pienamente.
Perché “Cenere e Mandorli” non è soltanto un libro di poesia:
è un canto europeo e mediterraneo, un messaggio di pace che attraversa il dolore per tornare alla luce.

Pino Cinquegrana

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