La morte del piccolo Francesco, schiacciato da una trave nel parco urbano di Vibo Valentia, non può e non deve essere solo il momento del dolore. Non basta piangere. Non basta indignarsi. Non basta attendere le indagini e le eventuali responsabilità giudiziarie. Questo lutto innocente deve diventare riflessione alta, profonda, collettiva. Una città intera è stata schiacciata insieme a Francesco. E non solo da una trave.
È stata schiacciata da anni di incuria, da silenzi, da gestioni non sempre all’altezza delle situazione, da parole solenni che non diventano fatti. Da un senso di impotenza che si è fatto abitudine. Da un degrado che non è solo materiale, ma morale.
Di chi è la colpa? Difficile dirlo. Degli amministratori di oggi e di ieri? Forse. Ma gli amministratori sono anche cittadini, professionisti, imprenditori. E i cittadini, a loro volta, sono amministratori, elettori, testimoni. È un cerchio che non si chiude, perché nessuno può chiamarsi fuori. La responsabilità è diffusa, e proprio per questo deve diventare condivisa.
Il peso che oggi grava sulle spalle della città non sia solo quello del lutto, ma quello della rinascita. Che sia il momento in cui Vibo Valentia si scuote da apatie e rivalità, da dichiarazioni inconcludenti e gesti tardivi. Che il nome di Francesco non resti inciso solo su una lapide, ma diventi seme di cambiamento.
Un parco urbano non è solo uno spazio verde. È simbolo di cura, di comunità, di futuro. E se quel futuro è stato spezzato, allora è nostro dovere ricostruirlo. Con responsabilità, con memoria, con amore.
Che la città si interroghi. E che da questa domanda nasca finalmente una risposta.
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