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Il giovedì di Filadelfia tra mercato, amici e la sorpresa de ‘u camiejhu

È un appuntamento da non mancare il giovedì a Filadelfia. Il grande mercato di questo ultimo giorno di luglio ha attirato anche me, ritroso come sono a questi momenti di confusione e bolgia collettiva. Amo il silenzio! Ma questa mattina per dovere familiare mi sono lasciato convincere ed ho ceduto alla curiosità. Qualcuno che mi vuole bene mi ha riservato un parcheggio proprio al lato dell’Auditorium, dove nascosto all’adulazione popolare, come si conviene ad un eroe che, volenti o nolenti, ha dato impulso e guidato con Mazzini, verso quell’ideale risorgimentale che altrimenti ben altra sorte sarebbe toccata alla nostra Patria destinandola a vivere sotto il giogo dello straniero. Anche gli eroi sbagliano ma delegittimare il suo ardimento e la sua azione equivale a non contestualizzare gli eventi e colpevolizzare liberamente ed in modo oltraggioso politiche che altri in modo più convinto hanno messo in pratica e contro il popolo meridionale.

Ho divagato, me ne scuso, mentre il mio pensiero era tutto per quanto vissuto a Filadelfia stamattina. Sì, perché nel frastuono di quei suoni e di quelle voci mi sono trovato bene. Quando si dice a volte il pregiudizio! Ho rivisto amici, ho fatto piccoli acquisti e girato tra tutte quelle bancarelle incastonate ad occupare la piazza e le vie del Corso. Una brezza fresca confortava la fatica e limitava il sudore così che si poteva indugiare ad ammirare quella folla variopinta, quell’andirivieni spettacolare di persone che si salutavano, si abbracciavano con la felicità stampata sui loro volti. Guardavo compiaciuto i loro sorrisi e pensavo che in fondo c’è ancora tanta umanità nelle persone. Si parlano, si gridano belle parole nel caos del momento ed ancora suggellano il piacere di ritrovarsi con una stretta di mano, vigorosa e d’affetto.

E mentre di questi sentimenti mi nutro, eccomi distolto da rulli di tamburi che, a breve distanza e proprio dalla parte della chiesa di San Teodoro, provengono. Riesco a raggiungere il luogo e, con grande sorpresa, davanti a me un muro di ragazzini festosi e curiosi saltano di gioia di fronte o “camiejhu”. Mi faccio strada per poterli immortalare e quell’atmosfera esalta anche me che partecipo a modo mio alla genuina esultanza. Si muove a strappi il camiejhu saltando e trascinandosi i ragazzini che lo seguono curiosi di scoprire chi c’è sotto a manovrarlo e ridono, ridono con la loro innocenza e la voglia di libertà come solo i nostri paesi sanno offrire.

È la prima volta che vedo u camiejhu e mi sento coinvolto, soddisfatto. Così che scatto foto e immortalo l’entusiasmo che genera nei ragazzi. In passato c’era paura e lacrime quando vedevamo passare i Giganti, ora c’è gioia e partecipazione. Rullano i tamburi con ritmo sfrenato, aumenta l’intensità fino al parossismo e non può non coinvolgermi e continuo ad andare dietro allo stuolo di ragazzi tanto che mi dimentico di mia moglie che invano mi chiama sul telefonino. Mi precipito e per scusarmi racconto della passione che mi ha preso per ‘u camiejhu di Filadelfia.

Franco Torchia

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