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Alberto Giovinazzo e il grido sommerso di “Akinori”

C’è un filo sottile e tagliente che unisce l’arte alla realtà più spietata, ed è su questa linea di confine che si muove “Akinori”, il nuovo singolo di Alberto Giovinazzo. Un brano che nasce dalla rabbia e dall’impotenza di fronte all’orrore dell’industria baleniera, ma che allo stesso tempo si fa veicolo di riflessione e, forse, di speranza.

Il protagonista della canzone è un comandante imprigionato nella rete delle sue stesse azioni, un uomo che incarna il conflitto interiore tra coscienza e cieca obbedienza a un sistema distruttivo. Giovinazzo ne racconta la parabola con intensità narrativa e una profonda partecipazione emotiva, lasciando però spazio alla giusta distanza artistica che permette al brano di parlare anche a chi ascolta.

In questa intervista, Alberto ci accompagna tra le onde del suo processo creativo, raccontando come il mare sia diventato metafora della sua sensibilità, e di come la musica possa diventare un mezzo per esorcizzare il senso di colpa che talvolta accompagna la nostra esistenza di esseri umani di fronte al silenzio assordante delle vittime della nostra indifferenza.

Cosa hai provato scrivendo “Akinori”? Rabbia, dolore, impotenza?
Si, sicuramente rabbia è il sentimento giusto che mi ha attraversato durante la stesura del brano e a tratti anche l’impotenza ha fatto da padrona, tuttavia, credo nella forza dei messaggi musicali i quali a volte, se centrano l’obbiettivo, sono in grado di aprire le strade della speranza.

Sei riuscito a distaccarti emotivamente dal protagonista oppure ti sei sentito coinvolto durante la creazione?
Inevitabilmente il coinvolgimento emotivo fa parte del processo creativo di un personaggio; tuttavia, sostituirsi completamente al carattere descritto nel racconto non è sempre produttivo perché si rischia di scambiare due personalità differenti in contesti che non sono sovrapponibili.

Hai mai avuto la tentazione di raccontare il brano da un punto di vista diverso, magari quello di una balena?
No, ma sarebbe un ottimo punto di vista; soprattutto perché recenti studi hanno dimostrato che i cetacei sono in grado di provare e vivere emozioni simili a quelle umane quindi se qualcuno potesse pensare che questa chiave di lettura sia utopica beh, si sbaglia.

In che modo il mare è diventato una metafora della tua sensibilità artistica?
Mi ha sempre affascinato la potenza del mare, ciò che è immenso spesso rimpicciolisce il nostro ego e questa comparazione di misure di grandezza mi aiuta ad interrogarmi su ogni dettaglio della mia vita. Da qui parte la mia sensibilità.

Ti capita mai di sentire un senso di colpa come essere umano davanti a certe tematiche ambientali?
Si, purtroppo a volte sembra di essere l’unica persona a provare dell’interesse verso alcune storie che sento essere necessarie ma che invece non vengono ascoltate da nessuno. Fare musica e trattare questi temi è uno strumento che mi aiuta a sentirmi meno in colpa.

Chiara Stanzani

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