La Prima Pagina ha potuto visionare in anteprima, prima della sua uscita effettiva, il nuovo libro di Pino Cinquegrana. Un’opera che attraversa la storia del grano e del pane, recupera parole e gesti della civiltà contadina e conduce il lettore nelle valli dei mulini, tra Calabria, Mediterraneo, memoria, religiosità popolare e tradizioni che rischiano di scomparire.
C’è un momento, nella storia di ogni comunità, in cui un alimento smette di essere soltanto un alimento e diventa qualcosa di molto più grande: memoria, identità, lavoro, ritualità, cultura. Nel nuovo libro di Pino Cinquegrana questo alimento è il pane, ma per arrivare al pane bisogna tornare al grano, alla terra, alle mani che lo raccolgono, agli strumenti che lo trasformano, ai mulini che per generazioni hanno rappresentato uno dei luoghi fondamentali della vita delle comunità.
È questo il cuore di Il grano e le valli dei mulini. Storia, cultura e tradizioni del pane e delle farine, il nuovo volume di Giuseppe Cinquegrana, pubblicato da Libritalia Edizioni, che La Prima Pagina ha avuto l’opportunità di visionare in esclusiva prima della sua uscita effettiva.
Un’anteprima che permette di entrare nelle pagine di un lavoro costruito attorno a un tema apparentemente semplice e quotidiano, ma che nel corso dei secoli ha accompagnato la storia dell’umanità: il grano trasformato in farina, la farina trasformata in pane, il pane diventato nutrimento, offerta, simbolo, rito e persino linguaggio della comunità.
Cinquegrana parte proprio da qui. Dal grano come seme di civiltà e come elemento capace di mettere insieme dimensioni apparentemente lontane: la storia economica e quella religiosa, la cultura materiale e il mito, la povertà e il prestigio sociale, la fatica dei campi e la convivialità della tavola.
Il risultato è un libro che non si limita a raccontare come veniva prodotto il pane. Racconta perché il pane abbia avuto un ruolo così importante nella vita degli uomini e delle donne e come attorno a quel gesto apparentemente elementare siano nate tradizioni, espressioni dialettali, credenze, devozioni e forme di solidarietà.
Già nelle prime pagine del volume emerge una chiave di lettura precisa. Il grano non viene presentato soltanto come una coltura agricola, ma come uno degli elementi fondanti della civiltà mediterranea.
Il libro parte da una lunga storia che attraversa il mondo antico e arriva alle tradizioni popolari più recenti. Nel racconto entrano Demetra, dea greca del grano e delle messi, e Cerere nella tradizione romana, ma anche le feste, le offerte e i rituali attraverso i quali le comunità hanno cercato per secoli di legare il raccolto alla protezione divina e alla speranza di abbondanza.
È una prospettiva che permette di leggere il pane anche come elemento religioso. Nella tradizione popolare calabrese, il grano poteva diventare un’offerta, mentre il pane accompagnava momenti importanti della vita individuale e collettiva.
Il volume ricorda, per esempio, tradizioni presenti in diversi centri della Calabria, tra cui Filadelfia e Maierato, nel territorio della provincia di Vibo Valentia, dove il grano poteva essere portato come offerta votiva. In altri casi il pane veniva preparato e condiviso in occasione delle feste dedicate ai santi.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del lavoro: il passaggio dal grano al pane non è soltanto una trasformazione materiale, ma diventa una trasformazione culturale.
Il chicco raccolto nei campi diventa farina, la farina diventa impasto, l’impasto diventa pane. Ma nello stesso tempo il pane entra nella dimensione religiosa, nella festa, nella vita familiare e nei momenti fondamentali dell’esistenza.
Il libro racconta così una civiltà nella quale il cibo era inseparabile dalla vita sociale.
È nelle pagine dedicate alla Calabria che il lavoro di Cinquegrana assume una particolare forza narrativa.
Il pane raccontato nel volume non è il prodotto industriale che oggi troviamo quotidianamente sulle nostre tavole. È il risultato di un rapporto diretto con la terra, con le stagioni e con la disponibilità delle famiglie.
La distinzione tra i diversi tipi di pane raccontava anche la condizione economica di chi lo mangiava. Il volume ricorda il pani i brunu, il pane integrale, e il pani i ndiano, il pane di granturco, associati alla popolazione più povera, mentre il pane bianco ottenuto dal grano Cappelli era destinato a chi poteva permettersi una farina più pregiata.
Il pane bianco diventava dunque anche un simbolo sociale.
In una società rurale segnata dalla povertà, il cibo non era soltanto una questione di gusto. Era una questione di sopravvivenza. Il libro ricostruisce questa dimensione attraverso il riferimento alle condizioni alimentari delle popolazioni del territorio di Monteleone di Calabria, corrispondente all’attuale provincia di Vibo Valentia.
Le indagini sulla Calabria dei primi decenni del Novecento restituiscono una realtà nella quale il grano bianco era un bene raro e sulle tavole comparivano più frequentemente pane di granturco, pane di segale, cereali misti, minestre, legumi e verdure.
È una parte del passato che rischia di essere rimossa dalla memoria contemporanea, soprattutto perché oggi il pane è facilmente disponibile e il suo rapporto con la fatica agricola è diventato molto più lontano.
Cinquegrana riporta invece il lettore dentro quel mondo.
Uno degli elementi più preziosi del volume è il recupero del linguaggio.
La cultura del grano non era fatta soltanto di gesti. Era fatta anche di parole. Termini che indicavano quantità, fasi della raccolta, strumenti e modalità di lavorazione e che oggi, in molti casi, appartengono a un patrimonio linguistico conosciuto soprattutto dalle generazioni più anziane.
Dopo la mietitura, racconta il libro, entrava in scena anche la pratica della spigolatura, sintetizzata nell’espressione dialettale jamu a spica. Seguivano una serie di denominazioni legate alle diverse forme e quantità del grano raccolto: jermita, scirdona, gregna, guleu, cavagghiuni e timogna.
Sono parole che, lette oggi, possono sembrare lontane. In realtà restituiscono una precisione straordinaria.
Ogni termine racconta un passaggio del lavoro e dimostra quanto fosse articolata la conoscenza agricola delle comunità contadine. La grande timogna, la bica di grano, poteva essere realizzata con forme diverse e alla sua estremità poteva essere collocata una croce composta da spighe e ramoscelli d’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme, come segno di benedizione e abbondanza.
Dentro una singola parola, dunque, possono convivere agricoltura, religione, superstizione e organizzazione del lavoro.
È questo uno dei meriti del libro: non separare la storia economica dalla storia della cultura popolare.
Il viaggio di Cinquegrana passa anche attraverso gli strumenti della civiltà agricola.
Tra questi compare la petra i l’aria, un grosso blocco di pietra utilizzato nella tradizione contadina per la trebbiatura del grano. Trainata dagli animali e fatta girare sopra i fasci di cereali, contribuiva alla separazione dei chicchi dalle spighe.
Oggi un oggetto del genere potrebbe apparire come un semplice reperto. Nel contesto nel quale veniva utilizzato era invece uno strumento fondamentale.
Attorno a quella pietra c’erano uomini, animali, campi, raccolti e intere famiglie.
Il volume documenta anche la presenza di una petra i l’aria conservata nel Museo della Civiltà contadina di Maierato, trasformando così un oggetto concreto in una testimonianza della storia agricola del territorio.
È una caratteristica che attraversa tutto il lavoro: gli strumenti non vengono trattati come semplici oggetti del passato, ma come tracce attraverso le quali è possibile ricostruire una società.
E poi ci sono loro: i mulini.
Sono probabilmente il simbolo più forte dell’intero percorso raccontato da Cinquegrana.
Il libro ricorda la presenza in Calabria di oltre 500 mulini ad acqua. Alcuni sono ancora funzionanti, molti altri sono diventati ruderi. Ma anche quando la ruota non gira più, quei luoghi continuano a raccontare una storia.
Il mulino era il punto nel quale il grano cambiava natura.
Il sacco arrivava con il cereale e usciva con la farina. In mezzo c’erano l’acqua, la forza motrice, il lavoro del mugnaio e la conoscenza di una tecnica tramandata nel tempo.
Ma il mulino era anche un luogo d’incontro.
Nelle pagine del volume emerge il rumore dell’acqua, il vociare delle persone, i sacchi di grano portati alla macina. Le valli dei mulini diventano così spazi nei quali la memoria del territorio si sovrappone alla storia del lavoro.
È qui che il libro assume anche una dimensione contemporanea.
La memoria non viene proposta soltanto come qualcosa da conservare. I vecchi mulini possono diventare luoghi da recuperare, valorizzare e inserire in un nuovo rapporto con il territorio, con la natura e con la gastronomia locale.
Il percorso di Il grano e le valli dei mulini non rimane confinato alla Calabria.
Il pane viene seguito lungo un itinerario molto più ampio, che parte dalla preistoria e attraversa le grandi civiltà antiche. Prima dei forni moderni, i cereali venivano frantumati tra pietre e mescolati con l’acqua per ottenere impasti primitivi, cotti direttamente su pietre riscaldate dal fuoco.
Con l’antico Egitto la coltivazione dei cereali assume una dimensione centrale nell’organizzazione economica e sociale. La produzione del pane diventa una vera arte e, con la diffusione della setacciatura, anche la qualità della farina comincia a distinguere differenti categorie di consumo.
Il viaggio prosegue attraverso il mondo greco e romano e arriva fino alla cultura cristiana.
Il pane diventa persino elemento simbolico del passaggio tra la vita e la morte. Il volume richiama la tradizione del cibo rituale destinato al viaggio dell’anima e l’episodio dell’Eneide nel quale una focaccia preparata con miele ed erbe soporifere viene offerta a Cerbero per consentire a Enea di attraversare il mondo degli Inferi.
È un passaggio significativo perché dimostra quanto lontano possa arrivare il significato culturale del pane.
Da alimento quotidiano a elemento rituale. Da prodotto della terra a simbolo religioso. Da necessità primaria a patrimonio culturale.
C’è poi un altro filo che collega le pagine del libro al presente: quello dell’emigrazione.
Le tradizioni del grano, del pane e dei mulini non sono rimaste necessariamente nei luoghi di origine. Sono state portate altrove dalle persone che hanno lasciato la Calabria e l’Italia.
Cinquegrana guarda anche alle comunità italiane delle Americhe, del Canada e dell’Australia, dove le feste paesane e le giornate della memoria continuano in alcuni casi a riproporre tradizioni legate al cibo, alla festa e alla comunità.
È una dimensione particolarmente importante perché trasforma il libro in un racconto non soltanto locale.
La storia di un campo di grano calabrese può arrivare dall’altra parte dell’oceano.
Una parola dialettale può sopravvivere in una famiglia emigrata.
Una ricetta può diventare il legame tra una generazione nata in Calabria e una generazione nata altrove.
Un pane può conservare la memoria di una casa che non esiste più.
Ed è forse proprio questa la chiave con cui leggere l’opera di Pino Cinquegrana.
Il grano e le valli dei mulini non guarda soltanto indietro.
La memoria dei mulini, delle tecniche agricole, delle parole dialettali e delle tradizioni alimentari può diventare uno strumento per interrogarsi sul futuro dei territori. Il recupero dei luoghi della produzione tradizionale può incontrare il turismo, la gastronomia, la valorizzazione del paesaggio e la riscoperta delle identità locali.
Il libro racconta una civiltà che sembrava destinata a scomparire e che invece oggi può tornare a essere studiata, raccontata e valorizzata.
Ed è proprio per questo che la nostra anticipazione assume un significato particolare.
La Prima Pagina ha potuto vedere il volume prima della sua uscita effettiva. Abbiamo avuto accesso alle pagine di un’opera che ancora deve arrivare al pubblico e possiamo quindi raccontarne in anteprima la struttura, i temi e il percorso culturale.
Non è soltanto un libro sul pane.
È un libro sul lavoro.
È un libro sulla Calabria.
È un libro sulle donne e sugli uomini che hanno vissuto della terra.
È un libro sulle parole che rischiano di perdersi.
È un libro sui mulini e sui luoghi che il tempo ha trasformato.
È un libro sul rapporto tra cibo e religione.
È un libro sull’emigrazione e sulla capacità delle tradizioni di attraversare gli oceani.
Soprattutto, è un libro sulla memoria.
Quella memoria che può essere racchiusa in un gesto semplice: prendere un chicco di grano, macinarlo, impastarlo e trasformarlo in pane.
Un gesto che sembra appartenere al passato ma che, nelle pagine di Pino Cinquegrana, torna a parlarci del presente.
Questa è la nostra anticipazione esclusiva del nuovo volume di Pino Cinquegrana. Prima che il libro arrivi ufficialmente ai lettori, La Prima Pagina ha avuto la possibilità di sfogliarlo e di entrare nel suo mondo: quello del grano, delle farine, del pane e delle valli dei mulini. Un mondo antico, ma tutt’altro che dimenticato.
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