A Francavilla Angitola, piccola comunità del Sud Italia, un volume su un culto locale diventa il pretesto per una domanda che riguarda tutti i borghi d’Europa: cosa resta di un luogo quando la memoria che lo tiene insieme rischia di sparire?
In un continente dove i piccoli centri si svuotano e le tradizioni locali faticano a trovare chi le racconti, capita ancora che un intero paese si ritrovi in piazza per un libro. È accaduto a Francavilla Angitola, borgo calabrese, dove decine di persone hanno affollato la presentazione di Alle radici della devozione. San Foca a Francavilla. Memoria, culto e tradizione, il volume con cui Franco Torchia, edito da Libritalia, ricostruisce la storia del culto di un santo locale — e, attraverso di esso, l’identità stessa del paese.
Non è un caso isolato. In tutta Europa, dai villaggi dell’entroterra spagnolo ai borghi della Romania rurale, cresce un fenomeno simile: comunità che, di fronte allo spopolamento e alla perdita di identità, tornano a interrogarsi sulle proprie radici attraverso libri, archivi e racconti orali. Francavilla ne è un piccolo ma significativo esempio.
Per oltre due ore il pubblico ha seguito gli interventi, moderati dallo scrittore e conduttore radiofonico Domenico Nardo, che ha dato ritmo al confronto. Ad aprire i lavori è stato il sindaco Giuseppe Pizzonia.
L’antropologo Pino Cinquegrana ha analizzato il libro da una prospettiva storico-antropologica, richiamando la figura del parroco Giuseppe Caria Gemelli, protagonista di uno dei capitoli e figura chiave per comprendere il ruolo della Chiesa nella vita sociale della comunità. Monsignor Giuseppe Fiorillo, parroco del Duomo di Vibo Valentia, si è soffermato sulla ricchezza di testimonianze e valori custodita nel volume. Il poeta Filippo Prestia, presidente della Dante Alighieri di Vibo Valentia, ha ripercorso il percorso culturale di Torchia, evidenziandone la costanza nella ricerca. Il giornalista Vincenzo Varone ha riconosciuto nell’opera una sintesi di storia, emozioni e documentazione raccolta in anni di lavoro sul campo.
Numerosi anche i messaggi di apprezzamento. Antonio Paolillo, da Filadelfia, ha definito il libro un’opera dal «valore immenso», augurandosi che possa entrare nelle case dei francavillesi. Lo storico Lorenzo Malta ha invitato l’autore a proseguire la propria ricerca, sottolineando l’importanza del racconto come strumento di trasmissione della memoria tra generazioni. Vittoria De Caria ha riconosciuto a Torchia il triplice profilo di storico, ricercatore e poeta, capace di riportare l’attenzione su una figura che appartiene tanto alla storia religiosa quanto al patrimonio identitario della comunità.
Al dibattito hanno preso parte anche Giovanni Bianco, il dottor Vito Caruso, il dottor Romeo Aracri e il dottor Giuseppe Pallone.
Il momento più personale della serata è arrivato con l’intervento conclusivo dello stesso Torchia, che ha ripercorso i ricordi legati alla propria infanzia a Francavilla: su tutti, l’immagine di un punto vicino alla chiesa da cui, da bambino, riusciva a vedere il mare. Un ricordo semplice, ha raccontato l’autore, ma rimasto negli anni uno degli elementi che lo hanno spinto a indagare la storia locale.
È da questo legame personale che nasce il progetto editoriale: non un semplice esercizio storiografico, ma il tentativo di recuperare frammenti di un patrimonio che rischia di andare perduto. La devozione a San Foca diventa così una chiave d’accesso alla Francavilla di ieri, alle sue trasformazioni e alle esperienze di chi l’ha abitata.
Ad accompagnare la serata anche gli interventi musicali del maestro Giuseppe Runca e di Carmela Ruggiero.
Al di là del libro, l’incontro ha offerto alla comunità l’occasione di fermarsi e confrontarsi con la propria storia: un patrimonio fatto non solo di date e documenti, ma di volti, luoghi, devozione e racconti familiari che continuano a dare senso all’identità di Francavilla — proprio come accade, silenziosamente, in tanti altri piccoli paesi d’Europa.
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