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Antonino Munafò, il comandante che il mare non dimentica: il rimpianto di una vita spezzata troppo presto.

Antonino Munafò, il comandante che il mare non dimentica: il rimpianto di una vita spezzata troppo presto.                                                                         (di Paolo Fedele)

C’è chi lascia un segno che il tempo non cancella. Antonino Munafò, ammiraglio e per anni comandante della Capitaneria di Porto di Siracusa, è una di quelle persone.
Se n’è andato una notte, a soli 51 anni, in un incidente stradale mentre rientrava a casa da Catania: la sua auto ha perso il controllo e si è schiantata contro un guard-rail, nel tratto tra due rotonde vicino a un ipermercato.
Un attimo, e una vita dedicata al mare e al servizio è finita troppo presto.

L’uomo e il comandante
Chi lo ha conosciuto lo ricorda così: un uomo “amante del suo mare”, capace di trasmettere quella passione a chiunque gli stesse accanto. Prima di arrivare a Siracusa, città in cui aveva scelto di vivere stabilmente con la famiglia, Munafò aveva comandato per anni la Capitaneria di Porto di Piombino.
A Siracusa aveva poi raggiunto l’incarico più alto della Capitaneria aretusea, portando avanti con dedizione i progetti di sviluppo del porto e sognando per la città un futuro da polo del turismo marittimo, capace di accogliere le grandi navi da crociera a pochi passi dal cuore di Ortigia.
In una delle sue ultime interviste pubbliche, rilasciata proprio nel giorno del passaggio di consegne, aveva parlato con orgoglio del lavoro fatto per sviluppare la cultura del mare e per sostenere le istituzioni del territorio, senza mai voler mettere in mostra i numeri della propria attività, ma lasciando che fossero i fatti a parlare per lui.

Il coraggio davanti all’impensabile
Il nome di Munafò resta legato per sempre a una delle vicende più difficili che un comandante di porto abbia mai dovuto affrontare: l’attacco di uno squalo bianco al largo di Baratti, nel golfo di Piombino, che costò la vita al sub Luciano Costanzo.
Fu lui a dover gestire, con lucidità e senza mai perdere la calma, giorni di caos e clamore mediatico, tra ricerche in mare, segnalazioni improbabili e perfino il tentativo di alcuni di mettere in dubbio l’intera vicenda.
Vietò l’impiego dei sommozzatori nelle ricerche, per non esporli a rischi inutili, e lasciò che fossero il tempo e la serietà delle indagini a fare chiarezza.
A un anno di distanza, ricordando quei giorni, avrebbe detto con semplicità che ogni tassello dell’indagine aveva infine trovato il proprio posto. Un episodio che racconta, meglio di tante parole, il tipo di uomo e di ufficiale che era: rigoroso, paziente, mai disposto a cedere alla superficialità.

Una carriera spezzata troppo presto
A rendere ancora più doloroso il suo ricordo è il pensiero di ciò che sarebbe potuto essere.
Chi gli è stato vicino lo descrive come un ufficiale di rara serietà e competenza, stimato tanto dai colleghi quanto dai vertici del Corpo: qualità che in molti erano convinti lo avrebbero portato, un giorno, ai vertici assoluti della Guardia Costiera.
Un destino diverso, però, ha voluto spezzare quel cammino in una notte qualunque, lungo una strada come tante.
Resta il rimpianto per una carriera interrotta troppo presto, e resta soprattutto il ricordo di un uomo che il mare, e chi lo ha conosciuto, non hanno mai smesso di custodire.

Un ricordo che non si è spento
Negli anni la comunità di Siracusa non ha lasciato che la sua memoria sbiadisse.
E la città ha scelto di rendere quel ricordo permanente: la banchina interna del porto di Siracusa porta oggi il suo nome, quello dell’ammiraglio Antonino Munafò, a futura memoria di chi ha amato il mare fino all’ultimo giorno.

Paolo Fedele

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