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Cloudflare–AGCOM, non è una lite: è una questione di libertà europea

In queste ore sto seguendo con attenzione ciò che sta accadendo tra Cloudflare e l’AGCOM e, lo dico senza esitazioni, la preoccupazione è reale e profonda.
Quella sollevata dal CEO di Cloudflare, Matthew Prince, non è una semplice disputa tra un’azienda privata e un’autorità di regolazione. È qualcosa di molto più serio: un nodo che riguarda la libertà della rete, lo stato di diritto e il buon senso democratico.

Chiedere a una società privata di oscurare contenuti o siti entro 30 minuti, senza l’intervento di un giudice, senza un processo, senza garanzie di difesa e, soprattutto, con effetti potenzialmente globali, è un precedente che dovrebbe allarmare chiunque creda nella democrazia liberale. Non è una questione tecnica, né un dettaglio normativo: è un cambio di paradigma.

Qui non si parla soltanto di enforcement contro contenuti illegali, tema legittimo e condivisibile. Si parla del metodo. E il metodo, quando scavalca le garanzie fondamentali, diventa un problema politico e culturale prima ancora che giuridico.

Lo dico in modo diretto: se oggi fossi il CEO di una big tech, non scapperei solo dall’Italia. Scapperei dall’Europa.
Stiamo costruendo un sistema fatto di norme sovrapposte, obblighi contraddittori, tempi impossibili e responsabilità sproporzionate. Il risultato non è più tutela, ma confusione. Non è più regolazione, ma paura di investire. E dove c’è paura, non c’è crescita.

Poi ci stupiamo se le aziende innovative se ne vanno, se i capitali cercano altri ecosistemi, se l’Europa perde competitività proprio nei settori strategici del futuro digitale.

La solidarietà a Cloudflare, in questo contesto, non è un atto ideologico né una difesa acritica delle big tech. È una presa di posizione a favore di un principio: la libertà della rete non si tutela comprimendo lo stato di diritto.

Difendere oggi la libertà di Internet significa difendere anche il futuro economico, democratico e culturale dell’Europa. E ignorarlo sarebbe un errore che rischiamo di pagare a lungo.

Gianluca Iannottta

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