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Dalla Befana dell’infanzia alla lettera ai potenti del mondo: memoria, pace e umanità

Aspettavamo con l’innocenza degli anni, e cercavamo, in una sfida col tempo, di resistere al sonno per poter vedere la Befana e i regali che speravamo ci portasse. Sognavamo allora io e i miei fratelli, sognavamo di avere con noi, nostro padre. E scrivevamo puntualmente letterine a Babbo Natale e a Gesù Bambino.

Non ricordo quando fu l’ultima volta, ma ho davanti la scena di quando fu estratta, tra le decine e decine, la mia, per essere letta davanti alla statua del Bambinello e poi bruciata in un braciere posto al centro dell’abside della chiesa. Sempre la stessa preghiera: fai tornare mio padre e fai star bene la mia mamma e i miei cari. Non andava lontano la mia fantasia. E non mi importava nulla di niente che non fosse quella richiesta.

È partito mio padre, tante volte, e altrettante volte è tornato. In uno di quei ritorni, lo ricordo ancora bene, con Mario e Armando, sfidavamo il sonno per vegliare accanto al camino la venuta della vecchina. I dialoghi dei grandi cominciavano piano piano a diventare un’eco lontano e la mente si assopiva come la luce flebile del fuoco che non si alimentava più per agevolare il percorso della befana nel caminetto.

All’indomani, la sveglia arrivava prestissimo, e con l’idea di scoprire i regali ricevuti. Adagiato su una sedia, posta accanto al mio letto, un vassoietto, dal forte profumo di dolci, davanti a cui noi ci ponevamo in simpatica ammirazione e senza alcuna fretta di aprirlo per conoscere la sorpresa.

Che avveniva all’ora di pranzo quando, seduti tutti a tavola, scartavamo l’involucro di carta per far apparire quattro invitanti pastarelle, una per ogni figlio, a forma di pesca, con sopra un candito. Non ho mai chiesto o preteso biciclette o giocattoli costosi da esibire, come tra bambini si faceva nel passato. Intuivo che le esigenze in famiglia erano altre e mi accontentavo anche dei soli cioccolatini a forma di campana arrivati con il pacco dall’America.

Non provavo invidia, anzi ero contento della gioia che palesavano i miei compagni per i regali ricevuti. Mi accorgo ora di essere rimasto quello di allora che ama più un libro che gli oggetti in oro. Quello che, negli anni del Liceo a Vibo, continuò a consumare nella pasticceria dello zio d’America, l’identico dolce a forma di pesca. Era caduto invece troppo presto il mito di babbo natale e quello della befana che ho imparato ad identificare in mio padre e collegato alla sua presenza in famiglia.

Ora, che non ho più l’età e l’innocenza giovanile per credere alle favole, di fronte a quelli che sono gli scenari di questo mondo impazzito, scriverei una lettera a quei governanti che hanno in mano il destino del mondo, e li inviterei a svuotare gli arsenali di guerra ed assicurare al genere umano il bene della Pace. Di riempire le calze di ogni bambino del mondo con doni come sorrisi, speranze e libertà. Di privilegiare il dialogo alle contese. Di portare serenità dove necessita. Di amare piuttosto che offendere.

Darebbero un senso alla storia e alla nostra umanità.

Buona Epifania!

Franco Torchia

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