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Quando la vita brucia davvero: il rogo in Svizzera e l’illusione del virtuale

La notte di Capodanno, in un locale svizzero trasformato in un inferno di fiamme, non è andata in scena solo una tragedia. È andata in scena una verità che non possiamo più ignorare: la vita non è un gioco, e quando la realtà prende fuoco, nessun video, nessuna foto, nessun contenuto può salvarci.

Mentre il soffitto del locale divampava, mentre il fumo scendeva come una coltre nera, molti ragazzi continuavano a filmare, a scattare foto, a sorridere davanti allo smartphone. Non per superficialità, ma perché ormai il primo istinto non è più la fuga: è la registrazione. È come se il virtuale avesse sostituito la percezione del pericolo.

La vita non è un contenuto da condividere

Viviamo in un mondo dove tutto sembra reversibile: un errore si cancella, un video si elimina, un profilo si ricrea. Ma la vita no. La vita non ha il tasto “annulla”.

Eppure, mentre il fuoco avanzava, molti pensavano ancora:

  • ai soldi spesi per la serata,
  • al tavolo prenotato,
  • alla bottiglia da mostrare,
  • al video da postare.

Come se la realtà fosse un set. Come se il pericolo fosse un effetto speciale. Come se la morte fosse un’ipotesi lontana, quasi irreale.

Sicurezza assente: un locale che non avrebbe dovuto essere pieno

A rendere tutto più tragico è stato ciò che non c’era:

  • vie di fuga adeguate,
  • uscite di emergenza chiaramente segnalate,
  • materiali ignifughi,
  • un piano di evacuazione,
  • personale formato a gestire un incendio.

Il locale era un labirinto sotterraneo, con un solo accesso principale e percorsi stretti. Un luogo dove la festa poteva iniziare, ma dove non era possibile salvarsi in tempo.

Il fuoco ha fatto il resto: un flashover improvviso, le fiamme che corrono sul controsoffitto, la schiuma insonorizzante che brucia come benzina. In pochi secondi, la sala è diventata una trappola.

Non è fatalità. Non è destino. È assenza di sicurezza.

E quando la sicurezza manca, la vita diventa fragile come carta.

Il virtuale come anestetico del rischio

Non è colpa dei ragazzi. È il mondo che abbiamo costruito intorno a loro: un mondo dove si vive per essere visti, dove si festeggia per essere ripresi, dove si rischia per essere condivisi.

Il virtuale è diventato un anestetico:

  • attenua la percezione del pericolo,
  • diluisce la gravità,
  • trasforma tutto in spettacolo.

E quando il pericolo arriva davvero, molti non lo riconoscono più.

Il ritorno alla realtà

Il rogo di Crans-Montana ci costringe a guardare in faccia ciò che non vogliamo vedere: la vita è fragile, preziosa, irripetibile. Non è un gioco. Non è un video. Non è un contenuto.

È un bene che si difende con attenzione, responsabilità, consapevolezza. E questo vale per tutti: giovani, adulti, gestori, istituzioni.

Una lezione che non possiamo ignorare

Se questa tragedia deve insegnarci qualcosa, è proprio questo:

  • riconnetterci alla realtà,
  • pretendere sicurezza vera, non facciate,
  • educare al rischio, non all’apparenza,
  • ricordare che nessuno schermo vale quanto un respiro.

Perché quando la vita brucia davvero, l’unica cosa che conta è salvarla. E per salvarla servono occhi aperti, responsabilità, e luoghi che rispettino la dignità di chi li abita.

Domenico Nardo

Presidente dell'"Associazione Culturale Rachele Nardo-LLFF", avvocato, docente di discipline giuridiche ed economiche presso gli Istituti Superiori di Secondo Grado, scrittore, conduttore radiofonico.

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