Arrampicarsi sugli specchi (di Paolo Fedele)
Appare grottesco, quasi offensivo, vedere chi si erge a rappresentante dei lavoratori sedersi al tavolo delle trattative, firmare con convinzione regole e accordi, e poi — quando emergono le prime voci di dissenso da chi è stato ignorato o penalizzato — fingersi sorpreso, chiedendo chiarimenti su ciò che egli stesso ha sottoscritto.
Ma allora viene spontaneo chiedere: tu cosa hai firmato? E come puoi pretendere spiegazioni su ciò che tu stesso hai approvato, se non conosci nemmeno il contenuto delle tue firme?
Non è la prima volta che assistiamo a simili scene. L’egoismo di certi individui è ormai una costante, un marchio di fabbrica: sempre pronti a tutelare il proprio interesse personale, anche a costo di calpestare i compagni di viaggio e tradire chi riponeva fiducia nella loro parola.
E così, quando le doglianze mettono a nudo la verità, la maschera cade: restano solo le firme vuote, gli accordi scritti per convenienza e una rappresentanza che non rappresenta più nessuno.
Allora scatta la solita difesa patetica — confusa, contraddittoria, incoerente — un disperato tentativo di salvare la faccia.
Ma la verità, quella autentica, è che chi firma pensando solo a sé stesso non è un rappresentante: è un opportunista travestito da portavoce. E quando i lavoratori aprono gli occhi, il suo silenzio pesa più di qualsiasi giustificazione.
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