Rivoluzione in arrivo in Italia. Nel Belpaese 33 milioni di cittadini e cittadine hanno un’identità digitale Spid, con la quale possono accedere ai servizi online delle Pubbliche amministrazioni per effettuare pagamenti, iscrizioni o accedere a bonus. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica Alessio Butti ha dichiarato l’intenzione di “spegnere gradualmente Spid che raccoglie una serie di identità digitali e facilitare l’azione delle nostre imprese e dei cittadini con la Pubblica amministrazione. D’accordo tutti dobbiamo cominciare a spegnere lo Spid e avere la carta d’identità elettronica come unica identità digitale”.
La Carta di identità elettronica (Cie) è attivata già da più di 32 milioni di persone ed è l’evoluzione del documento cartaceo. Si presenta come una carta di pagamento e ha due microchip contenenti i dati personali del titolare e le informazioni per autenticarsi online. Per accedere al sito di Inps o a quello dell’Agenzia delle Entrate si può usare sia Spid sia la Cie, con la seconda che può fornire un livello di sicurezza in più. Da smartphone l’autenticazione è rapida in entrambi i casi: si tratta solo di inserire codici o avvicinare la carta al telefonino. Mentre da pc fisso chi usa Cie deve avere un dispositivo in più – un lettore di smart card – con un software dedicato.
L’idea di fare convergere i due strumenti, fornendo le credenziali Spid a chi fa la carta di identità elettronica, e fare gestire tutto dallo Stato era fra l’altro già stata messa sul tavolo dal governo Conte II e dalla ministra per l’Innovazione Paola Pisano. Quando Butti dichiara di volere “spegnere” intende che i 33 milioni di identità digitali già attive spariranno o che confluiranno nel progetto Cie, gestito da ministero dell’Interno e Comuni?
Spid viene erogata dai cosidetti Identity provider. Pisano voleva coinvolgere la partecipata dal ministro dell’Economia PagoPa e aveva poi virato verso un ipotetico potenziamento degli Identity provider. Alla base c’è un tema di costi e investimenti, se si ci si appoggia anche ai privati. Si va verso il passo successivo: l’identità digitale europea che dovrebbe esserci nel 2025.
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